Da Dylan Dog alla finanza, la traduzione a tutto tondo di Ilaria Lopez

Ilaria Lopez, ex allieva del Master Professione Editoria cartacea e digitale, è appena uscita dall’ufficio in cui lavora come content manager. Ci incontriamo all’ora dell’aperitivo. Alla fine dell’intervista correrà a casa per continuare la traduzione di un fumetto che dovrà consegnare la settimana successiva a uno degli editori con cui collabora. “Content manager, sì, ma sto lasciando l’azienda per un nuovo lavoro”, mi dice bevendo un sorso di birra rossa. “Non si può dire che mi piaccia stare ferma”. 

E cosa andrai a fare?

Fra poco inizierò a lavorare come language project manager per Welocalize, una multinazionale che si occupa di progetti di traduzione professionale [ha iniziato il 5 marzo, NdR]. Mi occuperò di organizzare e gestire traduzioni finanziarie, seguendole passo passo in ogni loro fase. Non vedo l’ora di iniziare questa nuova esperienza perché, oltre a una certa stabilità contrattuale, mi darà anche modo di essere molto a contatto con i clienti che commissioneranno i progetti.

Quindi non ti occupi solo di traduzioni letterarie?

No, anzi. Quello che più mi piace delle lingue è il fatto che sono organismi vivi, e questo si riflette non soltanto nei testi letterari o nei fumetti, che da bambina ho cominciato ad adorare con i Tex di mio padre e restano una delle mie più grandi passioni, ma anche e soprattutto in contesti pratico-tecnici e nella quotidianità. Tra i miei progetti per il futuro c’è anche quello di specializzarmi nelle traduzioni medico-farmacologiche.

Quella delle lingue è sempre una questione spinosa, in Italia. Come pensi vada cambiato il modo di insegnarle?

Bisognerebbe ripensarlo da zero. Pensa che, per insegnare inglese alle scuole elementari, non è sufficiente una laurea specifica, ma è piuttosto necessario un diploma di laurea in Scienze della Formazione. Io e tutti i linguisti che conosco la riteniamo una cosa assurda. Alle scuole medie e superiori il problema cambia di poco: purtroppo è molto rara la fortuna che capitò a me, quella di avere una professoressa che trasmise agli alunni la vera identità di una lingua e della cultura che le sta dietro, anche facendoci vedere alcuni film in inglese di cui tuttora sono innamorata. L’utilizzo dell’arte per insegnare è una cosa che, nel nostro paese, in pochi considerano, ma che mi sembra l’approccio più sensato.

Nel mondo accademico, invece?

Anche qui il discorso non cambia. All’università, e addirittura ai corsi di dottorato, l’enfasi è sempre troppo sugli aspetti teorici, mentre la prassi è quasi totalmente snobbata. Basta pensare a come vengono trattati i lettori madrelingua, spesso sottopagati e con condizioni contrattuali infime. Anche in questo caso, però, ho avuto la fortuna di conoscere una lettrice che ha avuto un’importanza fondamentale nel mio percorso di studi e per il mio amore per le traduzioni.

Una passione che sei riuscita a coniugare con quella che provi per i fumetti. Qual è stato il primo racconto per immagini che hai tradotto?

Il primissimo fumetto su cui mi ricordo di aver lavorato, e anche uno dei due progetti di traduzione a cui tengo di più, è l’episodio di Dylan Dog “Mater Morbi”, di cui qualche anno fa ho tradotto una piccola sezione per il mercato spagnolo. Gli sono molto affezionata perché è stata la prima volta che ho visto il mio nome nel colophon di una pubblicazione, perdipiù affiancato a quello di un grandissimo traduttore spagnolo. Inoltre, è con questo lavoro che è iniziata la mia collaborazione con la casa editrice di Barcellona Ninth Ediciones, che ora si chiama Spaceman Books.

Una collaborazione che, insieme alle altre, continua ancora oggi.

Sì, e ne sono felicissima perché sono molto legata anche alla persona che c’è dietro la casa editrice e il progetto online di crowdfunding a essa collegato. Anche l’altra traduzione a cui tengo maggiormente viene da lì: si tratta di Nima, un fumetto che verrà pubblicato in Italia nei prossimi mesi, e che mi è stato commissionato in un momento veramente difficile della mia vita. Quando il mio carissimo amico mi chiese se potessi occuparmene, sottolineò molto come questo fosse il progetto giusto per me e come non volesse nemmeno pensare di affidarlo ad altri. È stata una prova molto dura, per vari motivi tra cui le scadenze serrate e la tematica del racconto, ma proprio per questo è un’opera che sento davvero mia.

Hai frequentato il Master due anni fa. Fra gli strumenti che ti ha fornito, quali hai trovato più utili nei tuoi successivi lavori?

Indubbiamente la precisione e lo spirito critico, che ho affinato soprattutto nel corso di correzione bozze. E anche la caparbietà con cui cercavo di fare bene i compiti che Matteo [Spagnolo, NdR] ci lasciava per casa. Questi sono forse gli strumenti che mi sono serviti di più nelle prime collaborazioni con le case editrici. Dai corsi di redazione e di scrittura redazionale ho fatto miei i metodi di approccio alla costruzione di bibliografie e di testi, che si sono rivelati molto utili per la mia posizione di content manager. Ricordo poi con immutato affetto il corso di traduzione letteraria, che mi ha ricordato ancora di come le lingue siano a tutti gli effetti vive.

Attraverso il Master hai anche effettuato uno stage presso Ibs. Cosa hai portato con te di questa tua esperienza nell’e-commerce?

Sebbene il commercio elettronico non sia la mia strada, penso che anche questa collaborazione mi abbia formato moltissimo. Lì ho imparato a gestire una moltitudine di compiti in tempi strettissimi, e allo stesso tempo ho anche avuto modo di leggere un sacco di libri per cui poi ho prodotto le recensioni pubblicate sul portale Ibs. Trovo che mi abbia aiutato molto anche a comprendere le dinamiche interne a un ambiente di lavoro, in cui ho conosciuto alcuni colleghi splendidi e altri meno; al netto di tutto, sono soddisfatta di essere riuscita a trovare un equilibrio all’interno di un posto molto frenetico.

Commenti chiusi