Dolori e gioie del traduttore editoriale in Italia. Intervista ad Alba Mantovani

Una delle sue ultime sfide? Tradurre per Mondadori La donna in bianco di Wilkie Collins. Alba Mantovani, un nome che sul frontespizio accompagna quello di autori come J.M. Barrie, Günther Anders, i contemporanei George R.R. Martin, Vanessa Diffenbaugh, Jojo Moyes e Jamie Ford, o ancora Beau Willimon di cui ha tradotto la pièce ispiratrice del film Le idi di marzo.
Traduttrice editoriale per Mondadori e Garzanti, racconta la sua storia: un esordio lavorativo come product manager per una multinazionale americana, poi la Scuola di editoria del Centro Piamarta di Milano. Un percorso incerto e mai facile, in cui l’amore per i libri e le lingue straniere ha sempre fatto da perno. Ride quando le chiedo che cosa avrebbe voluto fare da grande: “L’attrice di teatro. Ma essere traduttori è anche questo: riuscire a calarsi in tutti i ruoli possibili”. 

Lei traduce dall’inglese e dal tedesco. Come è nata la sua passione per due lingue e due culture che non erano le sue?

Le lingue straniere mi sono sempre piaciute, ancora prima di conoscere la loro complessità e il loro legame con la cultura d’origine. Mia madre mi diceva che da bambina fingevo di parlare una lingua straniera inventandola di sana pianta. Quando da grande ho iniziato a studiarle, ho scelto l’inglese, che è imprescindibile, e il tedesco perché mi piaceva molto. Ogni tanto mi dico che se tornassi indietro mi dedicherei solo alle lingue. Ma sono anche convinta che ogni esperienza e conoscenza possano essere un aiuto prezioso per tradurre meglio.

Traduttori editoriali si nasce o si diventa? Possiamo parlare di una predisposizione innata all’arte letteraria e alla pluralità delle lingue, oppure è lo studio tutto ciò che conta?

Sono certa che ci sia una componente innata, che si affina con lo studio e l’esercizio. Qui al Master mi è capitato di conoscere qualche allievo che mi aveva detto di sapere male l’inglese ma che alla fine traduceva meglio di chi l’inglese lo conosceva molto bene. Conoscere la lingua di partenza non basta, bisogna essere curiosi, usare tutte le corde della propria lingua madre, mettere la propria inventiva al servizio dell’autore. Il traduttore è realmente un viaggiatore tra mondi: non si viaggia solo tra le parole, ma tra caratteri, epoche e luoghi diversi. Sono convinta che ci sia una predisposizione e che serva passione. Poi si impara, così come in tutti i mestieri.

Ne I ferri del mestiere, in modo molto ironico, Fruttero e Lucentini parlano del traduttore come di un asceta, un eroe pronto a dare tutto se stesso in cambio di un tozzo di pane e che accetta di scomparire nell’anonimato quando l’impresa è finita.  

La concezione di Fruttero e Lucentini è molto romantica, ma non credo che i traduttori siano d’accordo. Negli ultimi anni il mestiere del traduttore è uscito dall’ombra grazie ad associazioni professionali come AITI, al sindacato dei traduttori editoriali e ad alcuni traduttori. In Italia, però, la strada è ancora lunga. Il riconoscimento economico è scarso, e capita persino che traduci un libro e si dimenticano di te: invitano l’autore nella città dove vivi e non te lo dicono nemmeno. In altri paesi europei i traduttori godono di maggiore considerazione e percepiscono delle royalties. Non dobbiamo dimenticare che la traduzione editoriale è un’opera creativa, tutelata quindi dalla legge sul diritto d’autore.

E allora quanto influisce il traduttore sul successo di un libro?

Il successo di un libro è un’alchimia misteriosa che va analizzata anche da un punto di vista sociologico. Dopo l’uscita de Il linguaggio segreto dei fiori in Italia, Vanessa Diffenbaugh mi ha scritto ringraziandomi per la traduzione, perché in Italia il libro ha avuto un grande successo. È letteratura d’intrattenimento, con un appeal dato dalla storia e dalle emozioni trasmesse dai fiori. Con una cattiva traduzione avrei compromesso il risultato. Il traduttore fa dunque parte di questa alchimia, ma il successo è prima di tutto frutto del lavoro dell’autore.

Qual è il suo metodo di lavoro? Legge prima tutto il testo o inizia a tradurre godendosi l’ignoto e i vari sviluppi passo dopo passo?

I metodi sono diversi, ogni traduttore ha il suo. Sono convinta però che almeno una parte del libro vada letta per prendere confidenza con la scrittura dell’autore, con le difficoltà, lo stile, i suoni, cose che non si ha il tempo di elaborare se si traduce d’emblée. C’è però chi traduce di getto, scopre il libro strada facendo come se fosse un lettore e poi torna indietro per tutte le modifiche necessarie. Io preferisco fare la “fatica” all’inizio: leggo integralmente o quanto basta a tradurre con cognizione di causa, faccio le ricerche necessarie e poi affronto la traduzione. Dopo il tempo sufficiente per stabilire un distacco, torno sul testo e intervengo su tutto quello che non mi convince. Spesso ho dei dubbi: vocaboli, frasi… poi la soluzione arriva nel bel mezzo della notte.

Nonostante si tratti di un’attività sottopagata e sottovalutata, i giovani si appassionano ancora al lavoro di questo artigiano della parola. Qual è, secondo lei, il fascino che esercita?

La creatività: è questo il suo fascino. Ed è un lavoro in cui non ci si annoia mai e si impara sempre. E poi ci sono la responsabilità e l’orgoglio di sapere che senza i traduttori i libri non uscirebbero dai loro paesi d’origine. Le letterature non circolerebbero, e saremmo tutti più ignari di ciò che ci circonda e più soli.

Quali consigli darebbe a chi vuole intraprendere questo percorso?

Imparare bene la lingua di partenza senza tralasciare quella d’arrivo, e seguirne l’evoluzione nel tempo. Leggere molto, di tutto, sia in lingua originale sia in traduzione. Ci sono tanti corsi e scuole di traduzione, ma bisogna sapersi orientare perché non tutti sono davvero utili. E poi bisogna tradurre. Solo così s’impara, grazie anche ai consigli di redattori esperti, se si ha la fortuna di incontrarne. Ci vogliono passione, pazienza e dedizione. Conosci tre definizioni di un vocabolo e non ti piacciono? Non ti fermi lì: ne cerchi una quarta, una quinta, una sesta…

Lei è da alcuni anni docente di traduzione presso il Master in Editoria dell’Università Cattolica di Milano. Trasmettere l’amore per la traduzione in un master di questo tipo, dove la traduzione non è la materia principale, è possibile?

Di sicuro è possibile, ma non sempre ci riesco, e naturalmente non con tutti. Da parte mia devo trasferire in poche ore le basi di un mestiere di cui non tutto si può spiegare. Da parte degli allievi ci dev’essere un atteggiamento aperto e la disponibilità ad accettare delle critiche e a fidarsi. Ma a volte c’è il colpo di fulmine e qualcuno che non ha mai pensato di tradurre dice: “Però è divertente, forse potrei provarci”. Il mio compito non è quello di trasformare gli allievi in traduttori, ma trasmettere loro una sensibilità per il testo che bisogna tradurre. E tutti gli anni c’è qualcuno che mi sorprende.

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