Dalla filosofia antica al pop: Mary Adorno e il web content editing

Mary AdornoMary Adorno ha collaborato per diverso tempo con “Donna Moderna” e dal 2015 lavora per il sito web della rivista di “Cosmopolitan”. Dopo una laurea in lettere classiche e una in archeologia, le lezioni nel nostro Master, è web content editor freelance. Con franchezza, ironia e sagacia ci racconta del suo percorso e delle sue esperienze accademiche e lavorative.

Ciao Mary! Per presentarti iniziamo a parlare della tua formazione. Quali sono stati i tuoi studi? Come sei finita a occuparti di contenuti web per “Cosmopolitan”?

Già al Master avevo mostrato interesse per l’editoria digitale e speravo di potermi inserire in quel settore. Non avevo particolari preclusioni, ma quella della web editor era sicuramente la direzione che fin dall’inizio volevo prendere e ho provato a muovermi sempre in questo senso. E web editor, lo dico fin da adesso, è una professione difficile da descrivere, una di quelle che quando rispondi a tua madre e tuo padre ti limiti a una cosa del genere “scrivo su internet, mamma”, ma poi non è mica vero.

Grazie al Master ho fatto uno stage in IBS di sei mesi con la redazione di “Wuz” e per loro ho scritto recensioni di libri e news. È stato una specie di limbo, tra editoria cartacea, perché di quella si parlava, ed editoria digitale, perché sul web si lavorava. Dopo pochi mesi ho cominciato a lavorare per la Mondadori, nel digital di testate femminili: ero inserita nel team di “Donna Moderna”. Non scrivevo come mi era capitato con “Wuz”, ma svolgevo una serie di compiti che formano un web editor: editing di pezzi, gestione delle home page, monitoraggio delle performance (intese come pagine viste dei contenuti e quindi del sito), fino all’elaborazione di strategie editoriali, ma anche debugging delle piattaforme.

Dopo qualche anno, ho ricevuto una offerta di lavoro da “Cosmopolitan”: stavano rinnovando completamente il sito e avevano bisogno di un supporto per i lavori più tecnici. Ho accettato perché era  “Cosmopolitan”, una rivista che aveva nel DNA cose che mi piacevano molto: il tiro femminista (ha sempre parlato di sesso in modo aperto, informativo e divertente, per esempio), il linguaggio colloquiale e ricercato, uno spirito fortemente creativo legato a contenuti di intrattenimento mai banali. Quindi poco importava, dal mio punto di vista, che in quel momento si trattasse di sistemare vecchi contenuti sul nuovo sito e “sbadilare”, come allora mi diceva la mia web content manager (ciao Gaia!). Da qualche parte si comincia/ricomincia sempre. E poi quando fai la web editor ti piace anche smanettare, cioè hai un buon rapporto con la tecnologia e l’idea di sfruttarla per adattare il contenuto alla piattaforma di pubblicazione ti regala piccole ma grandi soddisfazioni.

Sono stata inserita piano piano, dal debugging del sito sono passata alle traduzioni dei pezzi da “Cosmopolitan” USA e UK e poi ho cominciato a proporre qualche pezzo da scrivere. Adesso sono quasi 2 anni e mezzo che sono nel team. Quei lavori iniziali mi sono serviti molto: tradurre ti fa prendere confidenza con il taglio delle notizie e con il linguaggio. Qui ho imparato moltissimo (ancora lo imparo, in verità) e questo succede nei migliori lavori e nelle migliori squadre.

Soffermiamoci sulla tua esperienza di stage. Dopo gli studi classici ti sei trovata catapultata in un ambiente che potremmo definire agli antipodi: la redazione web di “Wuz”, dove hai svolto lo stage del Master come web content editor. Come sei riuscita a coniugare le tue conoscenze pregresse con le funzioni richieste? Sono state utili, ti hanno fornito un punto di vista diverso sul tuo ruolo lì? Ti è sembrata un’opportunità stimolante, o avevi già considerato questo ruolo per la tua carriera? O avresti preferito dedicarti ad altro, a qualcosa di più “tradizionale” forse? Il Master ti ha preparato al meglio per affrontare questa sfida?

Sì, apparentemente sembra che la mia formazione universitaria andasse in una direzione opposta. In realtà non ne sarei così sicura, a oggi. Nel 2001, quando mi sono iscritta in università, ho scelto un corso di laurea che mi facesse studiare le cose che mi piacevano, in questo c’erano le lingue antiche, la letteratura, la storia, la filosofia. Oggi, per tranquillizzarmi sulla giustezza della mia scelta, c’è mia madre a casa che scuote ancora la testa. Ma tant’è. Dall’altra parte, però, lo scenario di internet non era così definito e non esistevano di certo corsi di laurea in web content editing (lo dico per semplificare).

Quello che mi ha dato la mia formazione universitaria, sono stati degli strumenti che posso sfruttare e, a dire il vero, ancora non riesco bene a identificare, perché dovrei paragonarmi a chi non ha avuto questa formazione. Di certo quello che ci vuole per chi oggi lavora come web editor è una buona dose di curiosità, una cultura di base che spazi e che dipende anche dai tuoi interessi e non solo dalla tua formazione universitaria, la voglia (e l’energia) per stare sempre sul pezzo e approfondire, un concentrato equilibrato e ben miscelato di scetticismo costruttivo (su questo i filosofi antichi sanno essere esperti!) che ti permette di muoverti nell’attuale tempesta di contenuti su internet con prudenza, o almeno provare a farlo. Quest’ultimo aspetto ti aiuta nel lavoro perché ti permette per esempio di verificare sempre quello che andrai a scrivere o di capire se esistono altre soluzioni, anche tecnologiche, rispetto a quelle che avevi dato per acquisite. Se oggi funziona una cosa non è detto che domani sia valida allo stesso modo: farsi domande aiuta sempre e ti fa fare sempre un passo in più.

Ho la sensazione che mettersi sempre in dubbio, su internet oggi, sia utile. Però questo lo diceva anche Giacomo Leopardi (“il dubbio giova a scoprire il vero”). Quindi forse studiare letteratura (classica o moderna) mi è servito per fare la web editor. Vale come spiegazione per chiudere il cerchio tra cultura classica e digitale?

 

CosmopolitanAssolutamente sì. Parliamo ora della cultura pop. Tra sarcasmo e vetriolo su “Cosmopolitan” ti occupi principalmente di un argomento che è la tua passione: la cultura pop. Tra i tuoi ultimi articoli si legge del primo ministro canadese (che definisci un “figo vero”!), del discorso che Rihanna ha tenuto alla Harvard University o delle acconciature di tendenze viste sulle ultime passerelle. L’impressione è che tu ti diverta molto. La tua sembra una professione in cui sembra si possa giocare, esprimendosi liberamente con ironia: è così? Immagino tu debba seguire alcune linee guida, ma principalmente sei tu a scegliere di cosa parlare? Come fai a mantenerti aggiornata sulla pop culture internazionale, sempre così veloce e in continuo mutamento? Ricevi mai pressioni dall’esterno su cosa scrivere, e come scriverlo? Ti va di condividere con noi qualche critica ricevuta per quello che hai scritto (costruttiva o meno che fosse)?

Ogni testata ha delle linee guida e per “Cosmopolitan” gli asset editoriali — come il linguaggio coinvolgente, colloquiale e allo stesso tempo non scontato — sono identificativi. I temi su cui scrivo sono quelli rappresentativi della rivista, dal lifestyle alle star. Le scelte sui pezzi sono sempre una scelta condivisa a livello di redazione. Alcune volte, in base anche alle mie corde o alle esigenze, mi vengono affidati dei temi, altre volte li propongo e mi confronto per capire se vanno bene, se possono funzionare, quale taglio dare che rispetti la linea editoriale. Faccio ricerca di news, per esempio, ma so che devo sceglierle adatte a “Cosmopolitan”, quindi creo un filtro prima ancora di proporle. È un lavoro di squadra: molte volte un pezzo posso anche scriverlo io, ma lo spunto è di qualcun altro della redazione. Di pressioni esterne non ce ne sono.

L’aggiornamento, poi, mi viene naturale e qui c’entra la pop culture, che è legata a “Cosmopolitan” e per me è un concetto ampio: non è solo il tema, ma anche il modo in cui si narra qualcosa e lo si “impacchetta”. Ho sempre avuto un debole per il giornalismo (ma anche per la letteratura) americano. Mi piace il loro modo di approcciare le questioni e il linguaggio che usano: la loro comunicazione è sempre legata all’intrattenimento e questo è un ingrediente che emerge spesso. Informano sì, e spesso ti raccontano una storia o un aneddoto per farlo. È quel meccanismo prezioso per cui ridi di cose serie, e quindi rifletti senza quasi accorgertene. Basti pensare al vecchio e caro David Letterman Show o a Jimmy Fallon. Mi piace questo modo di rendere semplice (che non significa semplificare), leggero, immediato e pieno di rimandi trasversali (cioè collegati anche a mondi diversi da quelli di cui stai parlando) un tema che magari, a impatto, potrebbe essere banale e non interessare. Questo per me significa renderlo pop, cioè alla portata di tutti perché è divertente, fa ridere e ha un taglio inaspettato che interseca interessi diversi. Poi su “Cosmopolitan” i temi di viaggio, di star e lifestyle in generale aiutano a tenere leggera l’atmosfera.

Mi diverto un sacco per questo, perché il linguaggio e gli argomenti sono quelli che mi appartengono e mi permettono di spaziare. Il lavoro da web editor sul sito si incrocia molto spesso con i miei interessi: se guardo un film, una serie tv, leggo un libro o un fumetto, posso sfruttare tutto nella mia professione. Magari non nell’immediato, ma arriva un momento inaspettato in cui tutto si mescola in uno strano frullatore.

Un episodio di critica (che mi ha divertita) è stato quando ho scritto il pezzo su Alessia Marcuzzi come Alberto Angela. Parte la nuova edizione dell’Isola dei Famosi. Molti non erano contenti del paragone, lo hanno considerato irrispettoso nei confronti di Alberto Angela (ehi, io voglio bene ad Alberto Angela!). Mi sono resa conto che alcuni non avevano neanche letto il pezzo (e lo hanno ammesso candidamente) oppure non avevano capito il gioco ironico che aveva generato quel titolo: in conferenza stampa si era parlato della trasmissione come “esperimento antropologico”. Dosare l’ironia può diventare un’impresa difficile e meno scontata di quanto si immagini. Le critiche (come i commenti) però non sono per forza qualcosa di negativo. Sai che esistono, fanno parte di internet e se ci lavori devi imparare a confrontarti con queste. Il pacchetto, se lo prendi, lo prendi completo.

Essere un web editor freelance. Cosa significa lavorare come web content editor freelance? È un lavoro che consiglieresti a chi si approccia al mondo dell’editoria nel 2017? Più immediato, dinamico e diretto, nonché più facilmente fruibile, pensi questo prodotto rappresenti una buona alternativa al romanticismo della carta stampata? Com’è la tua giornata (lavorativa) tipo? Hai qualche consiglio per chi vorrebbe intraprendere questa professione?

Non so se pensare alla carta stampata sia qualcosa di “romantico”: è un lavoro diverso.

Quando si parla di editoria digitale non si parla solo di una fruizione diversa, cioè più dinamica e diretta, ma si parla di competenze messe in campo diverse, alcune sono di comunicazione, altre di analisi ed estrazione del metodo (per esempio capire come è andato un contenuto a livello di pagine viste e capire perché ha funzionano o meno per replicare o meno il successo). Certo, alcune possono incrociarsi, ma poi ci sono delle specifiche che distinguono i due lavori. Non è un’alternativa in cui riciclare competenze acquisite nel mondo della stampa, di libri o riviste. Lo può essere all’inizio, quando entri nel mondo del lavoro e si hanno idee teoriche non sperimentate, ma poi bisogna formarsi, studiare, capire i meccanismi e cominciare a pensare a lei come a una professione che ha delle caratteristiche non assimilabili a quella tradizionale. Insomma, non è mica un ripiego, è una scelta che a un certo punto deve diventare consapevole. Ti deve piacere.

Nella mia giornata lavorativa: mi sveglio la mattina abbastanza presto, preparo un litro (letteralmente) di caffè, afferro la mia tazza e mi siedo davanti al mio pc. Leggo parecchio, scrivo, comunico con la mia redazione via mail. Alcune volte, da freelance che lavora da casa, lavoro di notte invece che di giorno: la cosa importante è rispettare sempre le consegne. Per farlo io mi do dei ritmi di lavoro e mi creo una routine che mi aiuta, ma non ognuno ha il suo metodo, il mio lo chiamo quello del “criceto”. Mi fa assomigliare a lui.

Non so dare molti consigli, a essere onesta, però mi sembra che servi molta elasticità, capacità di adattamento (le cose su internet vanno veloci), un buon istinto tecnologico, di comunicazione e una massiccia dose di voglia di leggere e informarsi costantemente.

Quando sei freelance, poi, devi ricordarti che il tuo lavoro parla per te, parla meglio di te e ti crea una reputazione. Tutto quello che fai lo devi fare al meglio possibile, devi rispettare le consegne ed essere sempre corretto, trasparente e affidabile. Le persone che lavorano con te, devono sapere di potere contare su di te. Sono, dal mio punto di vista, gli ingredienti più validi per inserirti in una rete virtuosa di contatti. Questo a volte significa dire dei no quando arrivano dei lavori e cominciare a sceglierli: non è mai piacevole (hai sempre paura di rimanere senza lavoro), ma alla lunga paga perché ti aiuta nella qualità del tuo lavoro. Poi ti accorgi che non scegli solo i lavori, scegli anche le persone con cui lavorare. Ci vuole un po’ di coraggio e voglia di rischiare: nessuno ti potrà dire se hai fatto bene o male a Mary Adornorinunciare. Devi imparare a convivere con il dubbio, ancora una volta.

E se sei freelance, devi abbandonare il senso dell’ansia da lavoro e la voglia di certezze. Ci saranno dei periodi in cui ne entra di più, altri in cui sarai a secco magari. È come se capissi che devi invertire i fattori e devi modulare la tua vita, per quanto possibile, sulle tue entrate. Le cene in più te le concedi quando entra una nuova commissione: è un piccolo modo per festeggiare, ma è anche un modo per imparare a incrociare la tua vita con il tuo lavoro in modo naturale. Anche per questo ti deve piacere molto quello che fai. Sono almeno due anni che non faccio una vacanza staccata dal pc. Sono come i cavalli che dormono in piedi, io posso lavorare anche in piedi (o almeno ci provo) e mi sembra quasi normale.

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