Critica letteraria, classici e comunità di lettori. La letteratura secondo Alessandro Zaccuri

“Gli esseri umani hanno una risorsa: l’immaginazione. E non la usano solo per produrre arte e letteratura, ma anche scienza. Da bambini ne abbiamo tanta, ma crescendo la perdiamo. La letteratura, l’arte e il cinema sono palestre per riscoprirla.”
Giornalista culturale per Avvenire dal 1989 e autore di saggi e romanzi per Mondadori e Marsilio, Alessandro Zaccuri ci racconta il proprio mondo professionale, pervaso di passione per la letteratura, l’arte e il cinema, che – dice – “tengono allenata la nostra capacità creativa”.

Ci racconta che cosa significa svolgere il mestiere di giornalista culturale oggi e in che modo è cambiata la sua professione?

Ho iniziato a scrivere per Avvenire alla fine degli anni ’80, un periodo caratterizzato da grande vivacità intellettuale e interesse per un’informazione culturale fatta in maniera disinvolta e dialogica. Certamente, prima della rete, questa professione – il giornalismo – godeva di maggior prestigio: era svolta da pochi con grande difficoltà di accesso alle fonti. Oggi le informazioni sono più facilmente reperibili.

Eppure, le informazioni che circolano, soprattutto in rete, non sempre sono attendibili.

Senz’altro, e oggi siamo di più. Il giornalismo culturale, poi, è sempre stato considerato qualcosa di ibrido, e noi professionisti senza terra: giornalisti per gli intellettuali e intellettuali per i giornalisti. Non c’erano percorsi professionalizzanti e molti colleghi non erano laureati o erano arrivati al giornalismo percorrendo sentieri insoliti: lo storico inviato degli Esteri di Avvenire era medico. Questo era un mestiere che si imparava sul campo.

Nello specifico, qual è il quid di un quotidiano come Avvenire, di lunga tradizione cattolica, nel raccontare la cultura?

Proprio negli anni ’80 si è investito molto nel dialogo fra mondo cattolico e mondo laico. Sono questi gli anni in cui la Terza Pagina, quella dei contenuti culturali, fiorisce di vita nuova sotto Roberto Righetto, che sceglieva collaboratori giovani e aperti al dibattito. Da lì è nata l’esperienza dell’inserto settimanale Gutenberg e poi di Agorà, l’attuale settore culturale del quotidiano. Chi scrive per Avvenire deve avere competenze trasversali, per affrontare i temi della contemporaneità con uno sguardo al mondo religioso. E, come in ogni quotidiano, ciascuno è esperto del proprio settore, ma può capitare che si sporga per dare un occhio a cosa fanno gli altri e offrire il proprio punto di vista anche quando non è lui a fare il pezzo.

In qualità di critico letterario lei ha recensito e studiato la produzione letteraria, soprattutto la narrativa. Crede che sia il lettore a interpretare i libri o sono i libri a interpretare il nostro tempo?

Mi sono reso conto che il lavoro del critico non è esprimere un giudizio nitido, privo di sfumature. Per quello ci sono i social, e lo fanno benissimo con il “Mi piace”. Il critico deve cercare di individuare le ragioni dell’autore: è così che i libri interpretano il proprio tempo. Un autore scrive per dei motivi, siano essi consapevoli o no, dichiarati o no. Io credo che la riuscita di un libro risieda nella sua capacità di avvicinarsi alle intenzioni dell’autore.

E così si spiega la potenza dei classici, che attraversa i secoli.

Le faccio un esempio: Moby Dick. Melville aveva già scritto dei romanzi di discreto successo. Con Moby Dick l’autore sorprende il proprio pubblico, ma sono quelle disarmonie a fare di quel libro un classico. Oggi si dà grande importanza all’ingegneria del libro, eppure c’è ancora spazio per quegli autori che scrivono seguendo le proprie intenzioni. Magari sbagliano, ma sbagliando fanno la cosa che avevano deciso di fare. E, quindi, in realtà non sbagliano.

Si può parlare di autenticità?

Anche, se le piace definirla così. Dobbiamo cercare di cogliere, anche nei testi che si discostano dal nostro gusto, quanto sia onesta una critica: nasce da un conflitto interiore o da una posizione dogmatica? Individuare le intenzioni dell’autore e capire se davvero le ha rispettate: ecco cosa può fare bene la critica nei confronti del lettore.

E come riesce a capire se un autore è stato fedele a sé stesso?

Ogni situazione è diversa. Non c’è un “reagente” che indichi in modo definitivo se l’autore ha rispettato le proprie intenzioni. Diciamo che la presenza di qualche imperfezione è un buon segnale. Uscire dai canoni vigenti e riscrivere per far emergere le proprie intenzioni: è così che un autore è fedele a sé stesso, o autentico se vogliamo dire così.

Lei è autore di narrativa e saggistica. Il suo primo romanzo [2007, Il signor figlio] è stato pensato come saggio di narrativa e si è trasformato in romanzo. Come accade questo passaggio nella mente di un autore?

Nel mio ultimo libro, Nel nome [edito da NNE], ho percorso la strada inversa: partendo da elementi di invenzione, ne ho tratto un saggio autobiografico. Ma ogni libro ha la propria forma. Anche se per il mondo editoriale può diventare un problema. Solitamente l’editore predilige una forma per un autore, perché semplifica l’individuazione del pubblico di riferimento. Tuttavia, ci sono scrittori, come Camilleri, con le storie di Vigàta e le storie di Montalbano, ma anche Simenon, che sono riusciti a conquistare il successo con più filoni. Uno scrittore può sempre scegliere un’altra forma, e questa scelta può essere dettata dalla voglia di sperimentare.

Forse quando abbiamo una buona idea, non sempre sappiamo darle subito la giusta forma?

In generale il compito dello scrittore è capire qual è la forma giusta e assecondarla. Nel mio ultimo libro, Nel nome, mi occupo della presenza del nome di Maria nel cristianesimo e nelle Scritture. Ma ho poi capito che c’è anche un motivo personale dietro questo libro: Maria era il secondo nome di mia madre. Un libro che ha assunto una forma inaspettata scrivendolo. Detto ciò, ci sono autori, fortunati, che, trovata la giusta forma, la perseguono con successo. Anche se, a mio avviso, ogni autore ha dentro di sé il desiderio di trasgredire. E, a volte, di rendersi irriconoscibile.

Ne Il Deposito (2010) lei tocca il tema della ecpirosi [la distruzione dei libri]. E lo fa con un ebook. Il libro fisico ha ancora un corpo di valore?

Uno dei miei primi libri, un saggio nel 2000, uscì per Fazi Editore in digitale. Era un po’ un gioco: scrivere di libri da distruggere. E, senza scomodare Orwell e ‎Ray Bradbury, va detto che i libri sporcano. Accumulano polvere. Non li puoi sanificare. È abbastanza attuale, no? Nel romanzo ciascuno poteva tenere una libreria di dimensioni limitate: i libri in eccesso venivano portati in un deposito simile ad una grotta piranesiana, dove si accumulavano.

L’ebook sembrerebbe essere la risposta.

Dipende dalle comunità di lettori. Laddove c’è una forte abitudine alla lettura, l’ebook è più diffuso perché i lettori sono interessati. Senza dimenticare l’interesse “eccitato” che molti lettori forti hanno nei confronti di una riserva di libri potenzialmente inesauribile. In Italia, dove i lettori forti sono una percentuale molto bassa, ha funzionato poco come primo accesso alla lettura.

E sono proprio loro ad aver apprezzato di più, in questa difficile situazione, la smaterializzazione del libro.

Proseguirà su questa strada la convivenza fra i due formati. Hanno funzioni diverse e offrono opportunità diverse: la ricerca di una citazione all’interno di un volume si risolve rapidamente su un testo digitale. Ma il libro di carta resisterà perché, per dirla con Eco, come la ruota e la forchetta non è stato ancora inventato qualcosa di meglio.

Nel suo romanzo del 2012 (Dopo il miracolo) affronta la questione della presenza del mistero nella realtà. È un tema che le è caro.

Sì, è un argomento presente anche Nel nome. Oggi questa situazione [n.d.r. il Covid-19] ci sta mettendo di fronte al senso del limite, che è poi il tema della letteratura negli ultimi 2.500 anni. Il mistero si declina sotto molte forme, a partire dall’amore. Come giornalista e come autore cerco di far dialogare le inquietudini, le aspettative, i desideri e i fallimenti dell’essere umano nei confronti della fede. In Dopo il miracolo racconto di un prete così razionale da essere l’unico nella propria comunità a non credere al miracolo che lui stesso avrebbe compiuto. In ambito laico, il miracolo trova espressione nell’inatteso, nell’imprevedibile, nell’inspiegabile. O semplicemente nella speranza.

È una parola più che mai necessaria oggi.

Di questi tempi sì. Ed è un tema che attraversa in maniera sotterranea la letteratura e l’esperienza artistica. Gran parte dell’arte contemporanea, anche se in modo disordinato e selvaggio, è arte spirituale. Non sono spirituali i tagli di Fontana, i monocromi di Yves Klein o di Piero Manzoni? C’è una ricerca che rimanda all’invisibile, qualcosa che, similmente al mistero, non sperimentiamo con i sensi ma che interviene nella nostra vita.

Lei è anche autore di un libro per bambini (2013, Peppi va alle Hawaii). Peppi è un bimbo che non può partire per le vacanze perché ha dimenticato il passaporto. Ma ricostruisce la propria vacanza nella sua Milano.

Ci è capitato davvero! Dovevamo fare un viaggio all’estero ma per il terzo figlio, che all’epoca era molto piccolo, non avevamo il passaporto. Da lì ho immaginato un bambino (crudelmente) lasciato a casa dei nonni. Ebbene, tutti ci siamo inventati delle Hawaii domestiche con questo lockdown. Non so se abbiamo imparato qualcosa, sicuramente abbiamo avuto conferma che abbiamo una risorsa, l’immaginazione, con cui possiamo superare i momenti di crisi. E produrre non solo arte ma anche scienza.

E letteratura, di solito considerata “una cosa che non serve a niente”.

Ho passato la vita a occuparmene. Che incidenza ha il mio lavoro sulla realtà? Un libro non cambia il mondo ma può illuminare un aspetto dell’esperienza umana che poi torna utile nella vita vera. Se hai letto di chi è stato nella fortezza d’If, anche la quarantena ti risulta più tollerabile, perché già conosci quella situazione. Come diceva Chesterton, ai bambini le favole non insegnano che i draghi esistono, ma che è possibile sconfiggerli. Ora, se ci commuoviamo per Oliver Twist ma non per i bambini reali che sono fuori casa nostra, qualcosa non ha funzionato.

La letteratura può cambiare il mondo a patto che cambi un lettore per volta.

Il libro è esperienza del singolo, ma presuppone e crea una comunità di lettori. Se ho letto Il conte di Montecristo, sono stato in quella cella con Edmond Dantès, con l’abate Faria e con tutte le persone prima e dopo di me che hanno letto quel libro. Le cito un grande lettore e scrittore, e promotore di quel che penso: Giuseppe Pontiggia. Non veniva da una famiglia colta, non aveva libri in casa. Da ragazzino va al cinema a vedere un film western in cui l’attore che interpreta il vecchio ubriacone recita un pezzo di Shakesperare. E da lì si apre una passione. Non sappiamo come un’occasione possa cambiare le cose.

Nasce nel 1986 in provincia di Bergamo.
Accanita lettrice di R. Dahl e della Settimana Enigmistica, si è laureata in Filosofia della Logica alla Statale di Milano.
Ha pubblicato articoli di epistemologia e curato la revisione di testi scolastici.
Attualmente frequenta il Master in Editoria Cartacea e Digitale dell’Università Cattolica.
Per passione legge a grandi e bambini e improvvisa a teatro.

About Vittoria Spirov (Master Professione Editoria)

Nasce nel 1986 in provincia di Bergamo. Accanita lettrice di R. Dahl e della Settimana Enigmistica, si è laureata in Filosofia della Logica alla Statale di Milano. Ha pubblicato articoli di epistemologia e curato la revisione di testi scolastici. Attualmente frequenta il Master in Editoria Cartacea e Digitale dell’Università Cattolica. Per passione legge a grandi e bambini e improvvisa a teatro.

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