Creazioni, stimoli e confronto quotidiano. La redazione secondo Elisa Calcagni

“In una redazione l’idea e la sua struttura vanno avanti con il confronto: ognuno ci mette del suo, una parte della sua competenza, e i risultati vengono fuori dalla voglia di provare proposte nuove e dal non adagiarsi sul proprio pensiero. È il non dare mai per scontata la propria professionalità che mantiene vivo l’interesse.”

Elisa Calcagni, una passione sconfinata per le parole e per i suoi studenti, racconta il mondo redazionale e la sua esperienza con lo smart working, ma prima mi mette in guardia: “Io del mio lavoro parlerei per 10 ore consecutive”.

Lettere moderne, la Scuola di Specialista editoriale (quello che ora si chiama Master Professione Editoria) e lo Studio Lemmàri. Vuoi raccontarci come sono nate le passioni che stanno dietro le tue scelte lavorative?

L’amore per i libri è nato in tenera età. Da classica lettrice forte nel momento di scegliere il mio percorso universitario è stato naturale pensare “voglio lavorare con i libri”. L’altro mio grande interesse, la lingua, è nato un po’ per caso: un corso di linguistica generale messo in un piano di studi del tutto diverso è poi diventato passione e tesi di laurea.

Alla Scuola di specialista editoriale hai poi incontrato Donata Schiannini…

Incontro fondamentale. Durante le sue lezioni ho avuto l’illuminazione: “questa potrebbe essere la mia strada!”. Le passioni per i libri, la lingua e le parole potevano incontrarsi in un’unica via, quella della redazione di dizionari. Sinceramente prima di allora non avevo mai pensato di potermi dedicare a questi prodotti particolarissimi, densi e variegati come la lingua stessa. Pian piano sono arrivate anche le grammatiche, ad affiancare il lavoro sui dizionari con nuova linfa e nuove prospettive.

Una strada che in ogni caso ti ha portato anche all’insegnamento nel nostro master Professione editoria.

Dal master porto a casa una quantità di soddisfazione professionale e umana enorme. Io mi affeziono tanto alle persone e il lato umano del rapporto docente-studente è indispensabile per me e per loro. Se lo studente si sente considerato è pronto a mettersi in gioco e a migliorare, mentre per l’insegnante diventa più semplice trasmettere la materia.

Sapresti dirmi tre aspetti del lavoro redazionale che ti rendono felice e soddisfatta a fine giornata e con cui incoraggeresti i tuoi studenti a lottare per entrare in quest’ambito?

Innanzitutto, la bellezza della creazione. In redazione si dà forma a un contenuto, si trova per ogni idea la giusta voce, lo spazio e la veste adatta. Serve creatività ma anche tanta testa: non è un processo automatico, è necessario grande impegno, solerte e pedante, affinché un’idea prenda forma e diventi, giorno dopo giorno, un progetto concreto.

Poi la sua varietà: è un lavoro che può sembrare sempre uguale ma in realtà ogni progetto, ogni testo, ogni autore è diverso; e anche in un dizionario ogni voce è differente dall’altra. E questo rimette costantemente in gioco le tue competenze.

Infine, si lavora con persone notevoli! Le case editrici sono piene di persone professionali, interessanti e di statura umana molto alta; si lavora volentieri insieme, con stima e rispetto reciproco (quasi sempre, almeno).

È cambiato qualcosa adesso nella tua organizzazione lavorativa con l’emergenza covid-19?

Il periodo rende tutto strano. Anche se il mio studio è sempre stato la mia casa, in questi mesi si lavora con poco coordinamento e poca concentrazione, perché dobbiamo occuparci dei figli, con il pensiero che va ad amici e parenti più a rischio di ammalarsi, con un occhio rivolto alle notizie, con tutti i problemi della convivenza. Prima i miei clienti sapevo sempre dove trovarli in giorni e orari lavorativi, ora non so cosa stanno facendo e tutto è frammentato e confuso, non so mai quanto si parlino tra loro, visto che non sono in redazione.

Da un lato quindi eri preparata a lavorare da casa, dall’altro avete dovuto riorganizzarvi con nuovi metodi di comunicazione.

Sì, entrambi i miei settori concludono il ciclo di produzione verso febbraio, e in primavera si aprono due nuove fasi: la prima di lettura e correzione, la seconda, in contemporanea, di nuova progettazione. È il periodo per scambiarsi idee, pranzare insieme con calma, mettere a punto i programmi per la stagione nuova, ma quest’anno abbiamo dovuto congelare la fase in cui ci si vede di più: ci sentiamo per telefono, videochiamate, o tramite riunioni su piattaforme. Per comunicare le correzioni al volo si inviano pdf, scansioni, foto di pagine, messaggini su WhatsApp.

Non c’è modo di far viaggiare i pacchetti con le bozze e i libri di carta?

Proprio lo spostamento dei materiali è stato il problema più grosso. Le ciano del dizionario (uno scatolone enorme!) di solito si leggono in casa editrice, ma quest’anno non potevamo entrare, e farle viaggiare con corriere era rischioso. Abbiamo dovuto organizzare consegna e ritiro a casa di un mio collaboratore milanese. E a proposito di corriere, una grammatichina di quinta primaria che ho riletto per ristampa si è persa perché ha fatto un viaggio con corriere ed è arrivata in sede proprio mentre arrivava anche il virus. Nessuno sa dove sia finita, forse è ancora in giro per gli uffici posta di Segrate. Ho dovuto rileggerla, in pdf a video, questa volta.

In editoria era già molto frequente lavorare da casa. Pensi che la tendenza sia destinata a crescere all’indomani dell’emergenza?

Può darsi che questo tipo di lavoro aumenti, dopo le prove fatte durante la pandemia, ma ho come l’impressione che tanti non vorranno più vedere una videocall in vita loro, dopo ore di riunione fissando un monitor. Gli aspetti positivi dello smart working sono facili da vedere: libertà di organizzazione, autogestione, flessibilità, risparmio di tempo e denaro del viaggio. D’altra parte, sei tu e il tuo computer dalla mattina alla sera, e non avere un confronto quotidiano con i colleghi è una grossa perdita. Condividere i dubbi, le idee, le emozioni, le conoscenze è importante non solo all’inizio della carriera lavorativa ma sempre. Ed è questo che manca tanto.

Proprio per questo motivo, non ti nascondo che noi studenti siamo un po’ spaventati dalla prospettiva di uno stage o un futuro lavoro in smart working.

Posso capirlo. Le competenze richieste sono in realtà le stesse, ma chi comincia le affina grazie a un confronto e a un dialogo quotidiano con chi ha più esperienza e può (e ha voglia di) trasmettere il mestiere. Troppo spesso il lavoro a distanza finisce per essere privo di feed-back. Sono pochi (e li apprezzo molto) gli editori che ti rimandano le cose annotate da sistemare: si perde più tempo, ma è necessario correggere l’errore per lavorare meglio la volta successiva, e soprattutto per capire la logica con cui si sta lavorando, per entrarci dentro e crescere nel tuo ruolo.

Hai qualche consiglio da darci per l’inizio (probabilmente da casa) della nostra carriera?

Quello che suggerisco, soprattutto all’inizio, è di chiedere espressamente e in modo deciso di avere un riscontro a quel che si fa, anche a costo di essere un po’ insistenti. Solo dagli errori si impara, quindi prendete quello che potete prendere chiedendo e spiegando che avete bisogno di sapere cosa funziona e cosa può essere migliorato in quello che fate, in modo da capire i vostri punti di forza e quelli di debolezza. Si cresce dalla voglia di imparare, dall’umiltà di mettersi in gioco serenamente, dalla curiosità di sapere come si può fare meglio di così. Anche dopo vent’anni di lavoro.

Prevedi invece dei cambiamenti nei tuoi due ambiti professionali principali? Nel 2010 scrivevi delle tre rivoluzioni attraversate dal dizionario durante la tua esperienza: il database, la telematica, il dizionario sul web… e dopo il 2020?

Purtroppo i dizionari hanno ultimamente poco budget. Le case editrici hanno investito tanto nei processi di cui parli e, a parte qualche virtuosa eccezione, ora tendono a vivacchiare facendo minime modifiche e manutenzioni. Le possibilità tecnologiche in realtà ci sono, ma nessun editore al momento ha economicamente voglia di sfruttarle. La colpa però è anche degli utenti: ormai il web è ricco di risorse gratis e sono veramente pochi i lettori che sarebbero disposti a spendere per avere servizi a pagamento, benché più sofisticati.

Puoi farci qualche esempio di nuove possibilità tecnologiche?

Innanzitutto, l’analisi semantica (computerizzata) dei testi potrebbe consentire delle ricerche davvero più intelligenti, analizzando le parole per trarne concetti. In questo modo il dizionario potrebbe essere interrogato in modo diverso: non solo tramite la ricerca indicizzata delle parole ma anche tramite il concetto e la spiegazione stessa. Inoltre, la disponibilità di banda potrebbe consentire di fruire di dizionari online on-demand: alle banche dati lessicografiche si può chiedere di estrarre un dizionario con delle caratteristiche precise. Scelgo quante voci, di che estensione, quali informazioni, su quali dizionari cercare, per ottenere un dizionario su misura per le esigenze di ogni utente.

E invece la scolastica?

Questo era il periodo in cui i libri della scolastica dovevano arrivare alla scuola: la chiusura non ha permesso la presentazione ai docenti delle novità di quest’anno e quindi tutto il loro flusso è fortemente perturbato. Non sappiamo ancora come finirà e che impatto avrà sulla prossima produzione: al momento è un po’ tutto congelato, a parte il digitale, che sta imperversando, con la didattica a distanza.

Molti professori si sono trovati impreparati a fronteggiare un tipo di didattica online: c’era forse una scarsa conoscenza delle piattaforme e dell’editoria scolastica multimediale e digitale.

L’editoria in quest’ambito è molto più avanti della scuola (non a caso sono gli editori che organizzano corsi per i docenti) e forse sarà la volta buona che la scuola prenderà la rincorsa per raggiungerla. Ma anche qua dare la colpa solo alla scuola sarebbe sbagliato: è la società che non funziona come dovrebbe, perché molti ragazzi (e anche i loro genitori) non hanno gli strumenti adatti per studiare e lavorare in digitale.

Ci si potrebbe aspettare un interesse maggiore verso questo settore?

I cambiamenti necessari per avviare a monte la possibilità di una didattica digitale sarebbero molti, a partire dalla dotazione di device e connessione fin dalla primaria a tutti gli studenti così che possano padroneggiarli in piena autonomia quando serve. Richiederebbe un grande sforzo economico: la didattica digitale ha tante e belle possibilità, ma il loro potenziale e valore emerge in un’ottica di integrazione con la didattica in presenza, e la programmazione dovrebbe essere consapevole delle possibilità di ogni strumento. Adesso che lo stimolo c’è stato vedremo che cosa si farà e cosa ci avrà insegnato, alla fine, questo periodo di accelerazione digitale obbligata un po’ per tutti.

 

Elisa Calcagni è docente del Master Professione editoria cartacea e digitale. Vedi l’elenco completo dei docenti del Master Professione Editoria e del Master BookTelling Comunicare e vendere contenuti editoriali.

Claudia Satta studia Lettere e Filologia moderna a Sassari e a Torino, cataloga manoscritti a Parigi, insegna italiano a Budapest. Nella valigia per Milano ha messo i mondi e i sogni trovati nei testi, e per tenerli sempre con sé ha deciso che lavorerà nel mondo delle parole e dei libri.

About Claudia Satta (Master Professione Editoria)

Claudia Satta studia Lettere e Filologia moderna a Sassari e a Torino, cataloga manoscritti a Parigi, insegna italiano a Budapest. Nella valigia per Milano ha messo i mondi e i sogni trovati nei testi, e per tenerli sempre con sé ha deciso che lavorerà nel mondo delle parole e dei libri.

Commenti chiusi