Cosa non deve mancare a un editore oggi? Rivoluzione, fantasia e ingegnosità. Intervista a Giuliano Vigini.

Famiglia Cristiana l’ha definito “il massimo studioso del fenomeno libro”, La Stampa “il guru dell’editoria”, Reset “il medico dell’editoria libraria”, Börsenblatt addirittura “il santo padre della statistica”. Silvia Giacomoni, infine, “l’uomo che molti studiosi qualificano affettuosamente con l’aggettivo di folle: per la vita e le imprese tutte in controtendenza”. Giuliano Vigini è docente del master di Sociologia dell’editoria nonché decano dell’editoria italiana. Ma cosa ne pensa di questi epiteti che le sono stati attribuiti nel corso degli anni?

La mia segretaria ne ha raccolte pagine e pagine dal 1992 a oggi. Sono un po’ esagerati, il fatto è che, quando si diventa un punto di riferimento, poi per i giornalisti diviene quasi un obbligo crearli. Di certo grande è sempre stata, nel corso degli anni, la stima e la simpatia nei miei confronti: anche di recente Armando Torno su Il Sole 24 Ore mi ha definito “corte di cassazione in materia”.

Cosa l’ha avvicinata al mondo dell’editoria?

Ho cominciato ad appassionarmi al libro più o meno a metà degli anni Sessanta. Allora collaboravo con la rivista Letture, di cui ho ricostruito la storia nel mio libro sull’editoria cattolica. Da lì, poi, ho cominciato a collaborare con varie case editrici. Il momento clou, naturalmente, è stato quando nel 1974 ho fondato Editrice Bibliografica con Michele e Paolo Costa. Nel corso degli anni mi sono dedicato a varie cose: ho realizzato diversi libri sui papi, su Sant’Agostino e sull’influenza del libro cristiano nella storia della cultura; ho collaborato con vari giornali quali il Corriere della Sera, Avvenire e il Giornale della Libreria; ho scritto persino dei libri sulla letteratura francese, in particolare su Hugo e Balzac, ma finisco immancabilmente per essere identificato come esperto di libri. Mi piacerebbe anche scrivere altro, a dire il vero.

E a che cosa le piacerebbe lavorare?

Mi piacerebbe lavorare sempre in campo religioso, in particolare su Sant’Agostino, ma vorrei occuparmi anche di letteratura francese. Ecco, penso proprio che mi piacerebbe realizzare un libro sulla letteratura francese in Italia; oppure vorrei compilare un elenco di traduzioni di opere francesi realizzate in Italia tra il 1901 e il 2000, o magari un libro sulla letteratura francese della rivolta da Balzac in poi. Pensi che il mio primo libro l’ho pubblicato con Mursia nel 1972. Ogni tanto mi vengono impulsi e passioni tali per cui finito di scriverne uno mi piacerebbe cominciarne subito un altro. Chissà, magari ne farò uno su Milano nella storia editoriale del Novecento.

Ha un aneddoto particolare legato a un grande editore del passato?

Sono legato in particolare agli editori che ho conosciuto personalmente, come Mursia e Hoepli, ma tanti li ho conosciuti indirettamente. Per vent’anni sono stato direttore del premio Alassio e con molti sono entrato in contatto in quell’occasione. Ho passato metà della mia vita in mezzo ai libri e, essendoci stato bene, conto di passarci anche l’altra metà.

Qual è la sua opinione sull’editoria odierna? Quali sono le sfide da affrontare e quale sarà, secondo lei, il futuro dell’editoria?

L’editoria, come si sa, ha passato dei momenti bui connessi alla crisi dei consumi. La vera difficoltà è che più si va avanti più ci sarà una concorrenza maggiore. Anche il comportamento del pubblico è cambiato: adesso si compra soprattutto su internet, e tutto dipenderà da come si sapranno sfruttare le opportunità offerte dalla digitalizzazione. Il prestigio è importante, certo, ma lo è anche avere dei bilanci sani. Occorre avere una visione lucida e preventiva di quello che accadrà di qui a pochi anni; se sei fermo, come editore sei perduto, e ciò che è perduto lo è per sempre. Ciò che ci vuole oggi è la lungimiranza: molti settori sono già coperti, ma a volte può saltare fuori una formula nuova. Che cos’è stato Bignami, nell’ambito della scolastica…?

Eh, la salvezza per generazioni di studenti…

Esatto, fu un editore innovativo e rivoluzionario. Oppure i “Millelire” di Stampa Alternativa: tutte le case editrici furono costrette ad adeguarsi a questa “tascabilizzazione” dell’editoria. In tempi in cui si tende all’omologazione, quel che occorre davvero sono rivoluzione, fantasia e ingegnosità. Bisogna cercare di fare qualcosa di nuovo, dato che il futuro è imprevedibile. Ciò che rimane sono i libri, che alimentano la vita e sono una grande risorsa e compagnia. L’unico vero problema è lo spazio, ma per il resto sono uno strumento “tecnologicamente perfetto”, come diceva Umberto Eco.

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