Da correttrice di bozze ad agente letterario: la partita a monopoli di Alessandra Selmi

Alessandra Selmi è agente letterario, editor e scrittrice. La abbiamo conosciuta grazie al corso di Scrittura che tiene presso i master Booktelling e Professione editoria, e le abbiamo chiesto di fare una chiacchierata nella sede della sua agenzia.

Alessandra, lei è editor e fondatrice di un’agenzia letteraria, la Lorem Ipsum. Come si arriva a svolgere una professione per noi così affascinante?

Nel mondo dell’editoria sono arrivata quasi per caso: avevo una laurea in comunicazione e una forte predisposizione alla lettura e alla scrittura. Ho lavorato prima con un giornale di moda, poi come editor freelance per svariate case editrici. E un giorno ho pubblicato il mio primo romanzo (La terza e ultima vita di Aiace Pardon, 2015) con Baldini & Castoldi. Così ho conosciuto Jacopo Viganò, che oggi è mio socio e all’epoca è stato il mio primo editor: ci siamo trovati così bene che da quel progetto ne sono nati altri.

Insomma, si può dire che lei la filiera del libro la conosca da ogni angolazione.

Sì, sono passata per tutte le caselle del Monopoli: didascalista, editor, correttrice di bozze, autrice, ghostwriter. A un certo punto io e Jacopo ci siamo resi conto che il lavoro ci veniva bene, così abbiamo formalizzato un’attività che di fatto avevamo già messo in piedi, ed è nata Lorem Ipsum.

Un’altra casella del Monopoli.

Sì, perché siamo diventati agenti letterari e abbiamo ampliato moltissimo la nostra attività. Io avevo lavorato con tante case editrici, perciò ero a conoscenza di molti meccanismi; ma tante altre cose le ho dovute studiare da zero, non le conoscevo minimamente, come tutta la parte legale.

La sua partita sulla plancia del Monopoli l’ha portata a essere sia editor sia scrittrice. In che modo la sua doppia esperienza influenza il suo lavoro?

La scrittura è diversa dalla pubblicazione: si scrive di pancia, ma pubblicare è un’attività commerciale, quindi ci vuole testa (e un po’ di spregiudicatezza). Essere un’autrice mi aiuta nel mio lavoro perché conosco le fragilità che vive uno scrittore, le ho provate sulla mia pelle. Ma quando scrivi non dovresti mai sapere cosa c’è dopo, dovresti solo goderti il tuo mondo parallelo. Invece inizi a pensare “questa storia venderà? Troverà un editore? Che tiratura faranno?”, è inevitabile.

Bisognerebbe riuscire a mettere da parte il nostro editor interiore, insomma. Se si sta scrivendo un libro non si dovrebbe smettere di pensare da autore.

Credo che questa sia la mia più grande difficoltà. Oggi, quando scrivo, cerco sempre di recuperare l’innocenza che avevo quando lavoravo al mio primo romanzo e non vedevo l’ora di chiudermi nello studio per passare del tempo con i miei personaggi. Tuttavia quella è un’innocenza che inesorabilmente ho perso, e non solo perché lavoro come editor: anche da autore, quando passi dal primo al secondo libro hai conosciuto questo mondo dall’interno, e prima o poi arrivano i rendiconti a riportarti alla realtà.

Parliamo del suo lavoro in agenzia. Ci sembra che siate indirizzati sempre più verso la varia, è corretto? Qual è la vostra linea?

La linea è fare cose buone e che mi interessino. Ad esempio io sono appassionata di montagna, perciò vado alla ricerca di libri di alpinisti sia perché mi piace seguirli, sia perché se parlano di icefall so cosa stanno dicendo (magari con l’uncinetto avrei qualche difficoltà, ecco). Cerco storie che mi piacciano, perché ho la presunzione di ritenere che se le trovo interessanti io magari sarà così anche per qualcun altro. Mi è capitato di sbagliarmi, certo, ma è successo anche di pensare “questa roba non se la prenderà nessuno” per poi ritrovarsi per le mani una grossa asta.

Uno di quei casi in cui si ammette volentieri di aver commesso un errore di valutazione.

Ci vuole un approccio laico: bisogna farsi guidare dal proprio istinto, ma si deve anche essere abbastanza umili da non pensare di riassumere in sé tutti i lettori. Molto spesso ci facciamo aiutare dagli editori e chiediamo a loro cosa cercano; può succedere che le risposte siano vaghe perché magari non lo sanno nemmeno loro, ma quando riescono a essere più precisi andiamo a caccia per loro. Una linea precisa non c’è: in questo momento siamo più orientati alla varia, certo, ma stiamo seguendo anche dei bellissimi progetti di narrativa.

Lei cosa preferisce? Le piace di più lavorare con un autore a un romanzo, o a un libro di varia?

Ancora una volta, l’unico discrimine sta nel fatto che un progetto mi piaccia o no. La cosa bella della varia è che si imparano tante cose, si esplorano mondi che la narrativa non sempre ti permette di conoscere. Ti capita di parlare con uno che sta scrivendo un libro di ricette e allora impari tutto sul cavolo trunzo che non sapevi nemmeno esistesse, e il giorno dopo incontri una coppia che sta scrivendo di un viaggio dal Canada al Brasile e impari tutto sulla Patagonia.

È più difficile annoiarsi, diciamo.

È lavorando con i libri che non ci si annoia mai, perché questo discorso possiamo applicarlo anche alla narrativa. Mi è capitato di correggere bozze di un libro ambientato negli anni di piombo: di quel periodo avevo solo qualche nozione generica, ma il romanzo citava con precisione nomi, date, luoghi, e dovevo verificare che tutto fosse corretto. Perciò ho dovuto studiare quel periodo storico, che adesso conosco benissimo e che non penso avrei mai studiato autonomamente se non fosse capitato così. Per cui, narrativa, varia…

Bisogna educare un po’ la curiosità.

Questo lavoro richiede indubbiamente grande apertura mentale e curiosità. E bisogna essere anche disposti a mettere da parte i pregiudizi, perché capita di lavorare anche con persone che hanno visioni diverse dalle nostre. Questo richiede umiltà, la capacità di farsi da parte per riuscire a creare un libro che sia il migliore possibile. Certo, a volte si deve dire di no, perché esistono limiti etici e morali che non sono disposta a varcare, ma nella maggior parte dei casi provo ad ascoltare le opinioni di chi ho davanti. Magari non mi fanno cambiare idea, però imparo comunque qualcosa. È un lavoro che ti fa crescere molto.

A proposito di crescere e di imparare, visto che ci siamo conosciuti in classe. Qual è la sfida di un lavoro come il suo, “insegnare a scrivere” a persone che, in teoria, scrivono già da anni?

Quando degli studenti frequentano un corso di questo tipo hanno già una buona preparazione e una certa predisposizione. Ma tra questo e il genio c’è una voragine. E la si può colmare in parte con il lavoro, i consigli di metodo, qualcuno che ti faccia vedere dove stai sbagliando… Però non si può chiedere a un onesto mestierante di diventare un genio. La sfida è allora infrangere questo sogno, in un certo senso, e fare di studenti lontani dalla realtà dei professionisti: farli crescere, insomma, ma senza privarli della poesia, perché sono troppo giovani per smettere di sognare.

Un equilibrio che sembra difficile da mantenere.

Certo che sì, è difficilissimo: ma il mio compito principale è far capire che la scrittura non è quello che raccontano i libri e i luoghi comuni, con le soffitte mal riscaldate e le notti passate a scrivere a lume di candela… la scrittura può e deve essere, invece, un lavoro vero, e come tale va vissuto con compromesso, dedizione, molto raziocinio e una serie di regole da seguire.

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