Donata Schiannini. I ricordi di docenti e allievi

Donata, coi suoi vivaci interessi linguistici, la lunga militanza nel campo della lessicologia, l’appassionato gusto per l’insegnamento, l’originalità intellettuale della sua persona, la generosa dedizione ai giovani, la discreta drammaticità della sua figura, è stata per molti anni amatissima compagna di cammino nel lavoro per i Master. Le sono profondamente grato e ora che può guardare le cose nella loro totalità e completezza, mi auguro continui a illuminarci e a rallegrarci con la vivacità e la freschezza del suo pensiero, di cui speriamo di essere degni eredi. – Edoardo Barbieri 

Ciao Donata. Era impressionante la forza d’animo con la quale riuscivi a sopportare le infinite fragilità del tuo corpo, e altrettanto impressionante era il coraggio col quale nonostante tutto ti buttavi nelle mille imprese che ti appassionavano: il quartiere di via Padova, le sue associazioni, ciclobby, la Scuola di Editoria e il master universitario, i tanti libri di grammatica, qualche libro scritto insieme per la scuola o per il quartiere. Tante cose fatte insieme, l’ultimo progetto era di qualche giorno fa. Il tuo ultimo messaggio è stato il 20 gennaio. Addio Donata. Riposa in pace. Gabriella ti abbraccio. Il ricordo di Donata non ci abbandonerà e ci farà compagnia con il suo volto sempre sorridente. – Ferdy Scala

Abbiamo ammirato la tua intelligenza, la tua indipendenza di pensiero, la tua competenza associate a una curiosità e a un’energia instancabile. Sei stata per quasi quarant’anni un esempio e una compagna di vita per tutti noi allievi e docenti della Scuola di Editoria che hai fondato negli anni Ottanta con Ferdinando Scala, dei Master Professione Editoria e Master BookTelling che da quella esperienza straordinaria sono nati. Le tue battaglie contro il “burocratese”, contro l’ottuso arroccarsi su posizioni nostalgiche dei “nazi-grammatici”, la tua creatività nell’immaginare soluzioni innovative, la tua generosità nel sostenere giovani di talento con le borse di studio in ricordo di tuo figlio Marco sono state per tutti noi un riferimento. Ma soprattutto un invito a fare costantemente meglio in un lavoro che ci hai fatto amare immensamente. Ci mancherai Donata, ci mancherai moltissimo. – Paola Di Giampaolo

 

A Donata Schiannini

Ciao Donata, ora stai salendo in cordata, con tuo figlio Marco, con Luciano, con me e tutti i compagni: “Siamo o non siamo corpi di corpi, a loro volta corpi di corpi e così via? Poi si muore, tutti però – o no? Si ma non si sparisce per sempre, la morte è morta. Ci siamo scambiati di tutto: affetti, amicizie, curiosità, rancore, simpatia, estraneità, stupore, stupidità eccetera. Ciascuno è praticamente un essere pezzato; una spugna, se preferite. Diamo e prendiamo, in continuazione; si assorbe senza tregua. Un bel verso dice: “rete di staffette eterna il mondo”. – Felice Stoppa e Giancarlo Majorino 

Donata mi ha insegnato che la lingua è come la storia, va dove vuole. Rimpiango di non aver cercato più occasioni per imparare da lei. – Marius Rusu

Di Donata vorrei ricordare la generosità con cui condivideva ciò che sapeva (ed era davvero tantissimo!) e il suo tempo: rispondeva a ogni domanda e ogni mail, risolvendo dubbi e raccontando curiosità sulla nostra lingua. Come spesso fanno i bravi maestri, non dava solo risposte, ma insegnava anche a farsi le domande giuste. Grazie, Donata. – Matteo Spagnolo

Donata è stata un esempio di competenza, cultura e solidarietà. Ha sempre lottato per i diritti di tutti, mantenendo alto il livello culturale e stilistico del lavoro. Ha condiviso con generosità le sue eccezionali competenze. – Isa Antonini

A me piace ricordarla così attraverso il suo libro, che in più occasioni ho avuto modo di regalare…

Grazie alla “potenza dei social” aveva visto questo mio post… e non me l’aspettavo… mi ha scritto per ringraziarmi “Grazie mille in primo luogo a Davide, che ha avuto questa idea (per me) bellissima, e a tutti quanti rilanciano e divulgano. A questo piccolo libro sono molto affezionata, perciò grazie ancora, Donata.” Prendo il testimone del suo libro, continuerò a parlarne e a diffonderlo, ciao Donata. – Davide Giansoldati

Non dimenticheremo mai le sue lezioni itineranti, nei cortili dell’Istituto Piamarta: baciati dal sole primaverile, seduti sulle panchine tutti insieme per condividere storie e aneddoti sui dizionari, sulla lingua italiana e molto altro. Rimarrà sempre un bellissimo ricordo legato all’esperienza del Master. Grazie. – Federica Speziali

Ho avuto la fortuna di conoscere Donata prima da allieva, poi da collega. Ricordo le sue lezioni come un’affascinante scoperta continua in cui s’infrangevano certezze e s’imparava a ragionare senza preconcetti linguistici. E anche dopo, da collega, era sempre disponibile a riflettere sui dubbi e a dare risposte. Lucida, intellettualmente onesta, coerente, seria col sorriso: la vedevo così, e penso (spero) che le farebbe piacere. – Alba Mantovani

Donata, appena cominciai a insegnare al Master, mi diede gli appunti di suo fratello, che credo avesse insegnato la redazione di materie scientifiche. Non più tardi dello scorso ottobre, mi scrisse una mail perché voleva seguire il mio blog di terminologia medica; le avevo risposto che era un onore che lei mi seguisse. Mi rispose così: Carissimo, non è un onore essere seguito da me! Perché di te mi fido e questo lo sapevi già. Mi fa piacere che di me si fidasse; se continuerà a fidarsi di me anche da lassù vuol dire che sono sulla strada giusta. – Tiziano Cornegliani

Perdiamo una donna combattiva, una pensatrice senza snobberie, una che ha insegnato a tutti noi che la lingua è di chi la parla, non di chi la ingessa nelle grammatiche. Spero che quando è successo avesse con sé la sua penna. Ripeteva spesso che un redattore deve sempre portarsi dietro la penna. Michela Gualtieri

Un altro pezzo, importante, della nostra vita se ne va. Lo so che è nell’ordine delle cose, ma il dolore è grande.  – Paolo Cavalli

Ho una mail in archivio di Donata, che racconta un po’ come sapesse rappresentare una certezza nel dubbio e come potesse sommergerti a partire da una sillaba. Un giorno le scrissi per l’uso del do o del dò. Un collega mi aveva rimproverato con una certa sufficienza e mi era rimasto un filo di sconforto in gola. 
Mi rispose pochi minuti dopo, ritagliandosi del tempo per una ex alunna. “Che fai? Impari che nei fatti di lingua non bisogna sempre cercare certezze. Impari che la tradizione ha fissato delle regole (a volte anche stupide) e a volte ha lasciato vivere due o tre possibilità in parallelo. Impari che spesso puoi scegliere, e magari poi una delle forme oggi possibili si imporrà sull’altra e questo dipenderà da quanti la scelgono, quindi un po’ anche da te. Però noi siamo editoriali, e abbiamo delle esigenze di uniformità. Benissimo: se stai lavorando a un testo, scegli la forma che preferisci e la applichi sempre; almeno per tutto quel testo. Per il prossimo, si vedrà. E soprattutto, niente sconforto. Le lingue naturali sono fatte così, ed è il loro bello. Solo le lingue artificiali sono rigide, e infatti non funzionano. Quindi coraggio, giochiamo con quello che abbiamo. Lo vedi che hai fatto bene a pensare a me? E mi fermo per non sommergerti, ciao.”  – una ex allieva del Master in Editoria, anno 2012

Donata lascia un vuoto davvero incolmabile ma i suoi insegnamenti vivranno sempre nella quotidianità – professionale e non – di tutti noi ex “masteristi”.  – Francesco Tito

A nome degli allievi del Master “Professione Editoria Cartacea e Digitale” 2020-2021 ci uniamo al dolore per la perdita della professoressa Donata Schiannini, stimata professionista del settore editoriale della quale sfortunatamente non abbiamo avuto modo di apprezzare la professionalità e la grande umanità che pure traspare sempre dalle parole di chi l’ha conosciuta. Rinnoviamo la nostra vicinanza alla famiglia, agli amici e a tutti i colleghi che hanno avuto l’onore di conoscerla e di imparare i segreti di un mestiere bello come il nostro. Se oggi siamo qui è anche grazie a lei che con il suo lavoro, la sua cultura e la sua esperienza è stata d’ispirazione per molti:  colleghi, professionisti e studenti. Vi siamo vicini. – Allievi Master Professione Editoria 2021

Sono un’ex allieva del master 2019. Ieri ho avuto uno scambio di messaggi con due ex colleghe dello stesso anno e ora amiche, Giulia e Rosamaria. Sono carissime amiche, e questo lo sottolineo perché dobbiamo ricordarci sempre che negli anni il vostro progetto didattico ha creato anche questo: forti amicizie, il bene più prezioso al mondo. Giulia, dicevo, ha scritto alle altre che la notizia di questa perdita l’aveva profondamente turbata, che le scendevano le lacrime, nonostante avessimo incontrato Donata Schiannini solo tre volte.  Le ho risposto che non aveva importanza quanto tempo questa splendida persona avesse trascorso con noi, perché quel sentimento si chiama empatia ed è un’enorme fortuna provarlo, dobbiamo coltivarlo e custodirlo in noi. Infine, ci siamo trovate tutte d’accordo nell’affermare che tutti voi docenti del master, durante i mesi di studio, ci avete trasmesso il grande affetto e il profondo rispetto che nutrite nei confronti della persona straordinaria che è stata Donata, e che sono poi bastati tre soli incontri (bellissimi) con lei per confermare quei sentimenti e quei valori e sancire una sorta di passaggio di testimone professionale e in qualche modo anche affettivo. – Lara Vianello, Giulia Russo e Rosamaria Renzetti

Donata Schiannini, con Scala, Guardigli… ci insegnarono davvero a leggere e scrivere. Una perdita immensa che sarà sempre nel cuore. Sono grata per tutto ciò che mi ha trasmesso con determinazione, intelligenza, schiettezza e generosità. – Elena D’Alessandro

Cara Donata, ognuno di noi ti ha conosciuta in anni diversi, per tempi diversi, da vicino e da lontano. Ma una cosa ci accomuna tutti, ed è il ricordo intenso che ci hai lasciato: non possiamo far altro che pensarti con affetto e ammirazione, per la tua saggezza, conoscenza e forza d’animo, che fino alla fine hai voluto trasmettere a chiunque incrociasse la tua strada. Ti siamo grati per ciò che ci hai insegnato, sia dietro i banchi che fuori. – Silvia Carrabino, Andrea Russo, Cecilia Maria Farina, Maria Papparella, Maria Isabella Leone, Vittoria Spirov, Elena Malvica e Ilaria Ruggiero

Ti immagino mentre ridi di come mi affanno a trovare le parole giuste per salutarti. Ché tanto – mi diresti – non ci sono parole giuste e parole sbagliate, ma quelle che si scelgono. Oggi scelgo la parola grazie. Grazie Donata, per quanto, senza saperlo, hai fatto per me. – Maria Rosaria Cella

Ricordo con affetto la sua umanità e la sua straordinaria lucidità. Porto con me i suoi preziosi insegnamenti, che ricordo ancora molto bene. Felice di averla conosciuta, anche se per poco tempo. Ciao Donata. – Francesco D’Antoni

Conoscere Donata, anche se per breve, è stata un’esperienza indelebile. Con sguardo lucido, acume, un’ironia e un’energia rare sapeva illuminare il presente della nostra lingua da una prospettiva unica. Porterò per sempre con me i suoi preziosi insegnamenti. Grazie Donata. – Silvia Di Loreto

Mi torna in mente una lunga serie di ricordi legati all’anno 2013. Di lei mi ha subito colpito la giovinezza e la freschezza. Sono andato a rivedere le mail – non molte, ma significative – che ci siamo scambiati nel corso di quell’esperienza milanese. Rimarranno lì in archivio. – Simone

Avremmo tutti voluto assistere ancora a una tua lezione, sugli “strani ma vero”  della nostra lingua, sulle origini dei nostri cognomi, sulle idiosincrasie linguistiche lombarde. Riuscivi a raccontare, con meravigliosa leggerezza, questioni linguistiche complicate, semplificando senza mai banalizzare, in barba ai nostalgici cruscanti! Grazie per quanto ci hai dato così generosamente. – Samuele Rossi

Una donna forte e lucida come l’acciaio, coraggiosa, tenace, indomabile. Una guerriera dal cuore grande, di un’umanità rara. Questo è il ricordo che ho di Donata, un ricordo che non mi abbandonerà. – Stefano

Era arrivata in aula, con il suo caschetto bianco e la sua incredibile umiltà. La ricordo bene, con tenero affetto e indicibile simpatia. Quegli occhi vispi e sapienti andavano oltre. Oltre le parole, oltre il tempo, oltre il quotidiano. Lei sapeva come rendere vivo ogni simbolo. Lei sapeva trasformare una virgola in un un mondo di significati. Ci ha insegnato i misteri della lingua gentile. Una lingua che lotta, se necessario. Contro stereotipi e pregiudizi. Cara Donata, grazie per avermi insegnato che le parole sono capaci di tutto. Di miracoli e di rivoluzioni. Buon viaggio! – Riccardo Zironi

Dieci anni fa abbiamo avuto la fortuna di avere Donata come nostra insegnante al Master in Editoria. Poche, ma apprezzatissime lezioni con lei ed Elisa Calcagni. Purtroppo dopo il Master solo pochi di noi hanno avuto modo di frequentarla ancora, ma in tutti noi è rimasta la viva memoria di Donata, della sua incredibile padronanza della grammatica italiana e della sua passione per la lingua “viva” dei nostri giorni. – Gli ex alunni del Master 2011

Donata aveva il raro talento di far appassionare all’italiano raccontando l’evoluzione della lingua divertendosi e divertendo i suoi interlocutori. Dopo il master ho avuto la fortuna e il privilegio di continuare a frequentarla entrando anche a far parte del gruppo di lettura che teneva una volta al mese. L’ultimo messaggio è stato proprio di qualche giorno fa a proposito del nostro prossimo incontro virtuale, non riesco a credere che non sia più con noi. Ciao Donata, ti voglio bene, mi mancherai – Laura

Il giorno in cui sostenni il test d’ingresso al Master fu lei a condurre il mio colloquio. Parlammo di Manzoni e di idiotismi lombardi e, ansia da prestazione a parte, ricordo che fu una conversazione stimolante come poche. Donata Schiannini si faceva notare subito per la sua intelligenza brillante e la sua freschezza di pensiero (caratteristica per cui avrebbe potuto dare lezioni a tanti “intellettuali” ben più giovani). Mi rammarico di non aver potuto imparare di più da lei. – Ilaria Ghisletti

In fine, il ricordo di Gino Cervi. L’Alfabeto Donata:

Ho conosciuto Donata Schiannini trent’anni fa, o giù di lì. Avevo venticinque anni, un lavoro (il primo), una casa (la prima da solo) e una bicicletta con cui, appena arrivato dalla provincia, giravo tutta Milano. A dire il vero la Donata l’avevo già incontrata qualche anno prima, fine anni Ottanta. Non ero ancora laureato ma avevo iniziato a collaborare con la casa editrice Garzanti. Insieme ad altri giovani volonterosi apprendisti redattori, mi avevano assoldato per fare un lavoro che mi piaceva moltissimo, ma del quale, sulle prime, non mi era ben chiara l’utilità. Insomma, ci chiedevano di controllare e di incrociare lunghe liste di nomi, in ordine alfabetico, che avrebbero dovuto costituire il corpus delle voci della nuova edizione dell’Enciclopedia Europea. Entravo in via della Spiga con la soggezione di chi si sente osservato da Gadda e Pasolini affrescati da Tullio Pericoli. Dietro un paravento, sbirciava pure Livio Garzanti. Alla fine non se ne fece niente, l’editore – che di lì a pochi anni avrebbe ceduto tutto – rinunciò all’impresa, il mio contratto a tempo terminò ma io lì, nei corridoi di via della Spiga, conobbi Donata. Ci incontrammo di nuovo qualche anno dopo, quando, lasciata Garzanti e approdata alla Bruno Mondadori, la Schiannini stava mettendo in piedi una redazione Grandi Opere per realizzare un nuovo vocabolario d’italiano, dizionari enciclopedici eccetera. Grazie a lei, dopo prove di selezione e un corso di formazione fatti nel Seminario Arcivescovile di corso Venezia, venni assunto in via Archimede. A dar retta alla storia delle oche di Lorenz e all’imprinting, ho avuto un culo della madonna. Sono molte le cose che credo di aver imparato in quegli anni e in quella redazione, quindi in buona parte da lei. Una di queste è l’utilità – intendo, l’utilità mentale, metodologica – dell’alfabeto, uno strumento che ti consente, a volte ti obbliga, a mettere in ordine le cose in un elenco senza altra gerarchia che quella, democraticissima, dell’abc. Io che già ero cresciuto con la passione delle liste nominali – le formazioni delle squadre di calcio, gli ordini di arrivo delle tappe del Giro d’Italia, il “fiori-frutti-città” a cui nessuno, chissà perché? voleva giocare con me – quando Donata mi fece scoprire dei lemmari la bellezza infinita (nel senso proprio), e metafisica (nel senso figurato, ma neanche poi tanto) diventai l’uomo più felice del mondo.

Per questo ora la voglio ricordare con un alfabeto.

A come Antonomasia Per anni e anni, Donata ed io abbiamo cullato e coltivato un progetto di fare un libro (un dizionario, un saggio lessicografico non so…) sulle antonomasie, cioè quelle figure retoriche che ricorrono a un nome proprio per definire le qualità o le caratteristiche di un individuo (tipo, “è un Ercole” per dire di uno che è forte) o a un modo di dire generico o comune che identifichi il soggetto attraverso specifiche caratteristiche (ad esempio, il Segretario fiorentino, appunto “per antonomasia”, è Niccolò Machiavelli); ce ne sono di varia tipologia (metonimiche, sineddotiche, perifrastiche ecc.) e noi ci perdevamo nel tentativo di categorizzarle tutte. Ovviamente, io mi perdevo con più gusto in quelle sportive: il Cannibale, il Golden Boy, lo Sceriffo, la Vecchia Signora… Il libro non l’abbiamo mai fatto, ma in qualche file, da qualche parte, esisterà un lemmario.

B come Bicicletta Donata, quando non stava seduta, andava in bicicletta. Pedalava solo meno di quanto parlasse. In rete gira una foto di lei in bicicletta per un viale di Milano. 

C come Caschetto di capelli Donata era un caschetto di capelli d’argento. Poi bianchi.

D come Definizione Provate a scrivere in un vocabolario le definizioni delle cose, degli oggetti, delle parole più consuete. Sembra facile. «Una rosa è un rosa è una rosa…». Invece no. È così difficile che spesso le definizioni delle cose, oggetti, parole… escono implausibilmente incomprensibili. E anche ridicole. Donata si batteva strenuamente per rendere meno implausibile e ridicolo definire il mondo fatto di parole. Insegnava l’esercizio della definizione. Roba che, vi assicuro, serve assai anche fuori dalle pagine del dizionario.

E come Etimologia È bello sapere da dove nasce una parola. Spesso è utile. Qualche volta indispensabile. Negli uffici di Donata c’erano scaffalate di dizionari. Quelli che più amavo erano quelli etimologici.

F come Fraseologia Tecnicamente la fraseologia è, in una voce di vocabolario, la sequenza di  esempi in cui ricorre l’uso del termine che si sta spiegando. Nelle fraseologie dei vocabolari si trova di tutto: anche cose del tipo «Il caporedattore galleggiava riverso nella minestra». Donata raccontava che ai tempi del primo dizionario Garzanti l’avevano scritto, per scherzo, o per estenuazione – perché fare dizionari è come fare le maratone: mica ne puoi fare troppi nella vita – , ed era poi rimasto fino alla pubblicazione. Fuori dai tecnicismi, Donata era l’incarnazione della fraseologia. Era una nuvola di frasi (e di fumo, vedi alla voce S) in calzoni, come direbbe Majakovskij: perché, ora che ci penso, non l’ho mai vista con una gonna.

G come Garzanti Era il pezzo forte dell’epica editoriale della Donata. Una commedia umana di episodi e personaggi restituiti con dovizia di particolari (ma va?), un grande romanzo con tanto di personaggi trasfigurati in tanta fabulazione. Vinassa de Regny. Lucio Felici. Teresa Cremisi. L’incredibile saga di Eupremio Bisanti. E poi lui, il Padrone, Livio Garzanti, a cui Donata faceva il verso con una vocetta nasale e suadente come un’unghia sulla lavagna.

H come ? Non è un caso che non mi venga nessuna parola che inizi con la H parlando di Donata. Del resto, uno pensa: la H è la lettera muta per eccellenza, quindi, che ci azzecca con Donata? Ci azzecca, ci azzecca. Alla voce H del suo prezioso libretto Come lo scrivo? Da A a Zuzzurellone. Risposte e spiegazioni per i dubbi di lingua (Editrice Bibliografica, 2018) si trovano cose che ci dicono molto di lei. Scriveva infatti: «La h, in italiano, ci serve […] per rimediare a uno dei difetti dell’alfabeto italiano, che avendo una sola lettera c per i suoi di cane e di cena usa lo stratagemma della h quando deve far capire per esempio che chiaro ha il suono della c di cane, e non quello di cena. […] Dimostrano di averlo capito “i ragazzi degli sms” quando usano la k al posto del ch e scrivono per esempio ke al posto di che, risparmiando una battuta». Questo per dire che Donata, che si è occupata di lingua per tutta la vita, progettando, compilando, scrivendo vocabolari e dizionari sapeva che questi libri erano solo delle istantanee della lingua, che la fermavano in quell’attimo che non è mai fisso: perché la lingua è viva e si muove, per fortuna, perché se non lo facesse sarebbe morta. Ovviamente, nello scrivere la voce h del suo libretto non risparmiava di fare baluginare una storia, di quelle che ti facevano perdere il treno se lo dovevi prendere o incazzare la morosa se arrivavi tardi all’appuntamento. A proposito dell’opportunità di evitare di pronunciare la h nelle parole straniere che usiamo nel nostro quotidiano parlare, scriveva: «Anche il mio amico marocchino Hassan non si offende quando dico il suo nome senza aspirare la h come si fa nella sua lingua: vive in Italia e sa benissimo che è meglio così piuttosto che assistere a pietosi tentativi che comunque storpierebbero sempre il suono arabo originale». Comunque, se non lo si fosse capito, ci tengo a dire che se la H è muta la Donata invece no.

I come Insegnamento Come mi ha insegnato Donata? Molte cose del mestiere del lessicografo, nel senso tecnico. Ma questo va da sé: lei era brava e s’imparava facilmente. Poi però uno smette di fare il lessicografo e allora? Allora, a parte il fatto che, come ho scritto prima, l’esercizio della definizione è un bell’esercizio senza per forza dover scrivere dizionari, come i veri maestri Donata insegnava senza insegnare. Era una vera formatrice – come mi ha scritto l’altro giorno in un whatsapp Paolina Italia, che anche lei faceva parte della “banda dell’Arcivescovado” e che adesso – lo dico assumendomi la responsabilità – è la più brava filologa italiana. La Paola mi ha scritto anche “ed era anche una vera comunista!”, ma questo aprirebbe un altro discorso: ci vorrebbe un alfabeto a parte. Quindi l’insegnamento vero era il vederla lavorare. E soprattutto imparare come “si trattano le persone” quando si lavora. Tra le tante parole che usava (ma tante tante, eh! e su quella esuberante quantità per la legge dei grandi numeri, la probabilità di sbagliare, almeno qualche volta, era altissimo), tra quelle tante parole non ne ho mai sentita una fuori posto: sia quando c’era da dire “molto bene” sia, e soprattutto, quando si trattava di dire “no, così non va”. E lo stesso quando si affrontavano i problemi del lavoro in quanto tale: orari, contratti, obiettivi… C’è una sua bella foto in una manifestazione sindacale anni Ottanta: il piglio della sua faccia dice tutto.

L come Lemmari La parola magica. La parola magica delle parole. L’architrave di vocabolari, dizionari, grandi opere. Così magica che quando Donata fondò il suo studio di lessicografia – che detto così sembra roba dell’Ottocento, ma sono solo 25 anni fa – lo chiamò Studio Lemmari. Ovviamente al telefono, spesso chiedevano: «Pronto, posso parlare con la signora Lèmmari?», rigorosamente sdrucciola.

M come Marco Marco era il figlio di Donata, classe 1964, come me. Dopo aver conosciuto Donata sono diventato suo amico. Tifava per l’Inter. Nel 1998 ho visto con lui alla TV la finale di Coppa delle Coppe, quella del gol di Ronaldo che corre verso la porta della Lazio con le gambe che girano vorticose intorno al pallone come le zampe del cagnolino futurista di Balla e fa gol. È l’unico amico, Marco, dall’alto dei suoi 2 metri e 5 di sorridente dolcezza a essere riuscito a farmi tifare Inter, almeno per una sera. Mi manca molto Marco. A Donata è toccato quello che non è mai giusto che tocchi a una madre. Ora mi mancherà anche Donata.

N come Nomi Altri nomi della Galassia Donata. Nomi dietro i quali partivano storie infinite. Pier Luciano Guardigli, Ferdinando Scala, Lucia Incerti Caselli, Giuseppe Barile, Mavi Molinari, Gianfranco Petrillo, Nadia Castagnino, Francesco Sabatini, Tullio De Mauro, Luca Serianni, Elisa Calcagni, Silvia Nannicini, il chirurgo Mantero. E visto che questa è la lettera N anche il suo leggendario “Non-marito”. Ma anche tutti i nomi degli allievi che ho incontrato alla Scuola di editoria del Piamarta, che poi diventò un Master, straordinaria fucina di lavoratori dell’editoria, nata grazie alla dedizione e alla passione di Donata. Però c’è un nome su tutti: Gabriella Manfré, la Gabri, a cui vanno i miei baci e il mio abbraccio più forte.

O come Ozio O meglio. Lozio, con o senza apostrofo in mezzo, non mi ricordo. Donata aveva un fratello, che per Marco e Donata era diventato, nel loro lessico familiare, appunto “Lozio”. E Lozio era diventato per tutti quanti, dal momento che, se non ricordo male per motivi di competenze scientifiche, spesso Lozio veniva coinvolto a scrivere definizioni di biologia, o geologia, boh, non ricordo più. Ovviamente i nipoti di Donata e i cugini di Marco, in quanto figli de Lozio, erano i Vizi.

P come Polirematica Altra fissa di Donata. Sono sintagmi costituiti da due o più termini la cui combinazione genera significati diversi dai significati dei singoli componenti, o dalla loro combinazione semantica. Una roba più o meno così: “scala mobile”, “acqua e sapone”, “chiavi in mano”. Mai chiederle, soprattutto a fine giornata, se, secondo lei, quella particolare locuzione era o non era una polirematica.

Q come Quante storie? Quante storie vi ha raccontato, Donata? Chi vuole, per favore, ne scriva una qui.

R come Riflessivi e pronominali Intesi come verbi. Come le polirematiche, erano un altro cavallo di battaglia grammaticale di Donata. Riflessivi o pronominali? Ci ricordiamo, Piero Leodi ed io, di lunghe spiegazioni, che in gran parte ci restavano incomprensibili, sulla differenza tra riflessivi e pronominali. Noi riflettevamo, ma non abbastanza. Confesso anche che, in certi momenti, se volevi sopravvivere, dovevi switchare il tuo audio interno sull’off: nel senso che Donata continuava a parlare parlare parlare parlare… era un Orinoco di parole in piena ma noi, o almeno io, ci difendevamo dalle esondazioni dando apparenti segni, ma sorridenti, di attenzione. Era l’unica via di scampo.

S come Sigarette Roba che adesso è difficile da immaginare. Il sottotetto dove stava la redazione di via Archimede era molto più di una fumeria di Soho di fine Ottocento. Io non so accendermi una sigaretta ma, modestamente, lavorando insieme a Donata ho fumato come un turco.

T come Thesaurus Altra passione di Donata. E anche mia. Sono quei dizionari organizzati per campi semantici, che sono detti anche analogici. Servono ai lettori per trovare alternative lessicali a uno stesso concetto, secondo varie relazioni (dal tutto a una parte), o per associazioni sinonimiche, antonimiche. Una specie di tassonomia semantica delle parole. Un Roget tascabile – l’archetipo degli analogici – me l’ha regalato lei.

U come Uomo col casco Negli anni ’90 i computer in redazione erano ancora oggetti molto misteriosi: parole come database, backup, server erano termini evocati, quasi bisbigliati, con molta soggezione. Spesso tutto s’incriccava. E allora arrivava lui Michele Ronchi, l’uomo col casco, una specie di “Mr Wolf e risolvo problemi”. Di Harvey Keitel, Michele aveva ben poco. Girava in moto per Milano e accorreva alla bisogna dei molti disperati utenti informatici, bardato come se fosse Giacomo Agostini alla curva della Rivazza. Era un genio. Una genialità direttamente proporzionale al suo autismo. Andava sempre di fretta, si sedeva davanti al computer senza togliersi la muta da centauro. Giuro che qualche volta l’ho visto non levarsi neppure il casco. Diceva poche parole, anche perché quelle poche inciampavano – oltre che nel casco – nella sua ostinata balbuzie. Solo in italiano però. In inglese filava via come la Ricciarelli nell’aria di Rosina. Quando era proprio necessario interloquire – e con Donata era quasi sempre necessario –  , lei lo esortava: “Dillo in inglese, Michele”.

V come via Archimede e via Tadino In via Archimede c’era la Bruno Mondadori. Una bella palazzina – pianoterra, primo piano e sotto tetto – nell’isolato dei villini dei ferrovieri. Noi della redazione Grandi Opere – un’enclave della casa editrice che faceva libri di scolastica – si stava in mansarda, con le finestre a vasistas che la mattina spalancavo per cercare di far uscire il fumo della sera prima. Oltre a Donata, c’erano Elisabetta Colombo e Marco Musazzi. E poi un via vai di collaboratori che scrivevano le voci del dizionario d’italiano. Poi si sono fatti anche il Dizionario di storia e quello di Storiografia. Ed è arrivato Piero Leodi che quindi ho conosciuto grazie a Donata. Basterebbe quello a volerle bene. In via Archimede ci arrivavo in bicicletta da via Boscovich, la mia prima casa milanese, altra mansarda, 18 metri quadri scarsi. Poi invece lo studio Lemmari stava in via Tadino. Ma nel frattempo io ero andato a vivere in via Sambuco ed era un altro attraversamento in bicicletta della città. Parole e biciclette, lemmi e selle, pedali e vocaboli. Con la Donata ci siamo sempre trovati anche per questo.

Z come Zzz L’ultima parola del dizionario d’italiano per lungo tempo è stata zuzzurellone. Poi però ne sono entrate altre, come zwingliano (seguace di Zwingli), o zygion (termine antropometrico che determina la prominenza delle arcate zigomatiche), o l’onomatopea zzz. Ecco. Zzz va bene. Sarebbe bello che adesso si dicesse di te, Donata, quello che Walter Chiari volle che si scrivesse sulla sua tomba: «Non piangete, amici! È tutto sonno arretrato».

Dormi bene, Donata.

 

 

 

 

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