Carta o e-book? Non importa, contano le storie. Intervista a Riccardo Cavallero

La nostra allieva Beatrice D’Anna intervista Riccardo Cavallero, SEM

È stato Ceo di Random House Mondadori, Ad di Einaudi e direttore generale di Mondadori Libri Trade, con una laurea in economia aziendale in tasca e un passato nel corporate development. Poi nel 2015 Riccardo Cavallero cambia strada, “Avevo una visione diversa da quella dell’azienda su come fare i libri” ci racconta mentre lo intervistiamo a Milano, durante Tempo di Libri, “così siamo arrivati a una tranquilla rescissione del nostro rapporto”. È l’atto che porterà alla nascita di Sem, Società Editrice Milanese, che ha fondato insieme a Mario Rossetti, Antonio Riccardi e Valerio Giuntini.

Da Mondadori a un progetto nuovo, è stato un grande cambiamento.

Certo, è come scendere da una portaerei e prendere un gozzo di sei metri. Non fai più grandi manovre. Ma è anche vero che con una portaerei non entri nelle calette dove si fanno i bagni più belli. Poi succede che Khaled Hosseini, uno degli autori più venduti al mondo, sceglie di stare sul gozzo e non sulla portaerei. Diciamo quindi che ora stiamo rifacendo la tolda del gozzo, stiamo riverniciando la barca, metteremo due paglierine e…

…Si naviga meglio, insomma.

Dipende. Con un’azienda piccola, partendo da zero, è molto più difficile trovare il proprio spazio. Il mercato editoriale è molto affollato, quindi se vuoi farti sentire devi trovare la tua voce.

E la vostra voce l’avete trovata?

Abbiamo scelto un modello editoriale diverso dal solito. Non abbiamo collane e continueremo a non averne. Questo ci ha creato molti problemi, perché il mercato le vuole. Noi, però partiamo da un concetto diverso: non esistono due libri uguali o simili, neanche se li scrive lo stesso autore.

Cosa servirebbe quindi, secondo lei, al mercato editoriale?

In editoria è fondamentale avere uno spazio in cui poter sbagliare. Quando la struttura finanziaria entra troppo nella gestione della parte editoriale, come in questi ultimi anni, diventa difficile investire sugli esordienti, si cerca sempre di pubblicare il best seller che hai pubblicato l’anno prima. Ma come tutte le fotocopie perdono di qualità. Al mercato editoriale serve un po’ di coraggio in questo senso.

E dal punto di vista pratico?

Bisogna assolutamente migliorare la distribuzione fisica. Per rifornire un libraio servono dai 5 ai 7 giorni. I librai non possono avere degli stock enormi in libreria, ed è chiaro che il lettore, il cliente, va a comprarli con un clic su internet.

L’e-book non ha in parte aiutato ad aggirare questo tipo di difficoltà?

Noi diamo sempre una copia digitale dei nostri libri insieme al cartaceo, ma non sta funzionando. In un paese di non lettori come il nostro, in cui la cultura diventa un fatto elitario, il libro viene venduto pesantemente più che altro nel periodo natalizio: è un regalo che costa poco e dà l’idea di cultura, poi magari non viene neanche letto. Il digitale, invece, è un prodotto per lettori che leggono sul serio: lo compri perché ti piace leggere, non per regalarlo. D’altra parte, c’è ancora l’abitudine di dire: “Ma io amo la carta”. È una stupidaggine: io amo le storie, indifferentemente dal supporto con cui le sto leggendo.

Da SEM organizzate incontri e presentazioni ogni giovedì: qual è l’importanza del networking per una casa editrice?

Per fare un libro e stamparlo non serve un editore, lo può fare una macchina: basta avere i soldi, un anticipo, trovare chi stampa il libro, un distributore ed è fatta. Ma la casa editrice è qualcosa di diverso, è un modo di sentire, un modo di essere, e deve comunicarlo alla comunità interessata a quel tipo di approccio. Nei giovedì di Sem dopo le presentazioni ci si ferma, si mangia e si beve qualcosa insieme e si chiacchiera.

E la comunità risponde?

Due sabati fa avevamo una cena privata in casa editrice, una quarantina di persone. Sono arrivati un ragazzo e una ragazza. Dopo aver chiacchierato un po’ con loro e aver chiesto con chi fossero venuti mi hanno risposto di essere passati da SEM per caso, erano usciti e volevano vedere cosa stessimo facendo. Per me è stato molto bello, sintomatico. Forse ce l’abbiamo fatta a far capire quello che facciamo, e non è solo stampare libri ma creare un movimento di persone che possano parlare, confrontarsi, pensarla in altro modo. Non sempre siamo d’accordo l’uno con l’altro, ma non lo siamo neanche in casa editrice. Il confronto è una scelta, ti apre la mente.

Commenti chiusi