Bibliodiversità, questione di awareness. Intervista a Michela Gualtieri

Idee giovani e soluzioni concrete per un mercato librario responsabile e secondo modelli di consumo alternativi. Questa è la scommessa che Michela Gualtieri, ex allieva del Master Professione Editoria e ora nella redazione di Editrice Bibliografica, ha sempre portato avanti nei suoi progetti. Arriva un po’ in ritardo al nostro appuntamento, direttamente da una lezione con gli allievi del Master Booktelling su come fare un pitch efficace.

Michela, sei stata allieva, tutor e ora docente del Master. Come è stato passare da tutte queste diverse prospettive?

Appena finito lo stage al “Giornale della Libreria”, ho iniziato subito a collaborare come tutor del Master. È stata una bella esperienza, anche se, soprattutto all’inizio, ho provato un certo imbarazzo per il cambiamento di ruolo, anche per la poca distanza rispetto agli allievi. Allo stesso tempo, è stata un’opportunità per un arricchimento di prospettive, perché da fresca ex allieva potevo portare le impressioni e i suggerimenti miei e dei miei compagni. Nello stesso periodo ho anche iniziato l’esperienza di Tribook.

Tribook è la start up con cui dal 2014 al 2017 hai messo in contatto dieci librerie indipendenti di Milano con i lettori, e che permetteva di ordinare i libri per poi ritirarli o riceverli a casa con un servizio di consegne in bicicletta. Come funzionava l’integrazione tra servizio online e caratteristiche peculiari dell’esperienza in libreria?

Abbiamo innanzitutto lavorato a una non facile uniformazione dei cataloghi, per offrire ai lettori la comodità dell’e-commerce. Pur facendo rete su una piattaforma unificata, abbiamo però fatto in modo di offrire un’esperienza di acquisto umana, responsabile e sostenibile. Si trattava soprattutto di personalizzare il servizio puntando sulle identità diverse delle librerie indipendenti, ognuna con la sua storia e il suo assortimento caratteristico di proposte, emanazione della personalità del libraio: oltre alla scheda di presentazione sul sito di Tribook, con tanto di logo personalizzato del progetto, c’era uno spazio per i consigli del libraio, messi in evidenza come post-it firmati sulle copertine dei libri in homepage.

Ci sono stati segnali positivi da parte dei lettori?

Quando abbiamo avuto un po’ di soldi da investire nella pubblicità su Facebook, abbiamo visto con grande soddisfazione che, soprattutto nel periodo natalizio, si replicava online il meccanismo di fiducia nei confronti dei librai, con i titoli da loro consigliati che diventavano puntualmente anche i più venduti della settimana. Il nostro era insomma un modo di fare rete e unificare la diversità, di valorizzare la bibliodiversità.

L’esperienza di Tribook oggi è conclusa. Come si è evoluta la situazione delle librerie indipendenti e quali possibilità vedi per la sopravvivenza di quella che chiami bibliodiversità?

Penso che il progetto di Tribook non sia stato capito fino in fondo da librai e lettori perché un po’ in anticipo sui tempi: quando abbiamo cominciato sembrava strana l’idea di fare consegne a domicilio in bicicletta a Milano! C’era poi il problema della diversità gestionale delle librerie, forse oggi superabile con la tecnologia e una nuova generazione di giovani librai smart, e soprattutto quello della sensibilizzazione del pubblico sulla questione del libro a km 0 e dell’impatto di Amazon e dei giganti dell’e-commerce, a livello di sostenibilità etica, umana ed ecologica. Troppo lavoro per una sola start up, ma chissà che l’idea possa essere ripresa ora che inizia a diffondersi una nuova awareness.

Un diverso sguardo sul mondo dei libri e dei lettori ti è dato dal tuo lavoro in Editrice Bibliografica, dove curi in particolare collane dell’area biblioteche e la rivista “Biblioteche oggi”. Che ruolo pensi possa avere oggi la biblioteca nella promozione della lettura e come servizio ai lettori?

Il bibliotecario ha un ruolo di promozione culturale simile a quello del libraio, ma allo stesso tempo intrattiene un rapporto assai diverso con l’utente. Da un lato è una figura percepita come disinteressata quando propone un libro o una presentazione, perché il suo scopo non è vendere; d’altra parte è un dipendente pubblico da cui il contribuente pretende certo servizio. Resta il fatto che si tratta di un lavoro fondamentale, di curatela e di orientamento del lettore in un mondo sempre più invaso da informazioni e contenuti.

Considerando le tue esperienze lavorative, quanto è importante saper integrare produzione di contenuti e servizi e capacità di comunicazione?

La comunicazione è sempre un aspetto fondamentale. È necessario saper comunicare la tua idea, per esempio nel caso di un pitch dove per la tua start up è davvero questione di vita o di morte: devono essere chiari sia i tuoi punti di forza, il valore aggiunto che ti distingue da tutti gli altri, e il pubblico di riferimento a cui ti rivolgi, in modo da dare subito l’informazione più interessante per lui in quel momento. La regola principale in ogni lavoro di comunicazione è saper fare proprio ogni progetto.

E per quanto riguarda la comunicazione come programmazione e lavoro quotidiano all’interno di una casa editrice?

Si tratta di un lavoro complesso, soprattutto perché l’industria editoriale, a differenza di altri settori, deve lanciare molti prodotti diversi nell’arco di un anno, e per ognuno di essi pensare a come comunicarlo. Se si punta al singolo libro, è un’attività molto onerosa e che si consuma in poco tempo, dal momento del lancio alle poche settimane di vita in libreria, e si deve ricominciare ogni volta da zero. Se invece, come succede in una realtà medio-piccola come Editrice Bibliografica, il catalogo è strutturato per collane, la comunicazione di una nuova uscita riparte ogni volta ricomunicando l’intera collana, già più o meno posizionata con un certo target di riferimento e con una propria identità. Questo è per me il tipo di lavoro più gratificante, perché dura di più e ti permette di costruire a lungo termine, contribuendo più in generale a formare anche l’identità della casa editrice.

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