Il bello di poter cambiare: intervista a Riccardo Ferrigato

“Bisogna essere molto curiosi e dinamici, per trovare ma anche per creare possibilità nuove. Mai fermarsi e mai farsi spaventare”. Sono i consigli di Riccardo Ferrigato per lavorare in editoria. Editor di saggistica per diverse case editrici, da San Paolo a Marsilio, Riccardo Ferrigato è attivo anche come traduttore e autore. In particolare, ha pubblicato per Edizioni San Paolo la biografia “Sergio Mattarella” (con Giovanni Grasso, 2015), il saggio filosofico “Il terzo incomodo” (2015) e “Ecco chi sei. Pio La Torre, nostro padre” (con Filippo e Franco La Torre, 2017). Nel 2015-2016 si è dedicato anche alla scrittura di cinque documentari, prodotti e mandati in onda da Rai Storia, all’interno di due programmi curati da Paolo Mieli. Il 20 aprile uscirà in libreria un nuovo saggio, “Non doveva morire. Come Paolo VI cercò di salvare Aldo Moro” (editore San Paolo).

Si può dire che nel tuo lavoro ci sia stata una vera e propria evoluzione, che ti ha spinto a fare sempre più cose: da correttore bozze a editor per San Paolo e poi per i Periodici San Paolo, per Newton&Compton e dall’anno scorso per Marsilio. Inoltre sei diventato anche autore sia di saggi sia di documentari e traduttore. Adesso, cosa ti aspetti dal futuro?

Dal futuro mi aspetto di poter scegliere sempre di più i progetti su cui lavorare. Attualmente, lavorando per delle case editrici, devo eseguire anche alcune richieste che non incontrano esattamente i miei gusti: ma è lavoro e quindi si fa. Altre richieste, invece, mi coinvolgono molto di più. Adesso la mia speranza, o ambizione, è quella di avere la possibilità di scegliere sempre di più a cosa lavorare.

Quale parte della tua professione ti entusiasma di più e qual è il lavoro che ti ha dato maggiori soddisfazioni?

Ogni novità è sempre molto entusiasmante: una nuova casa editrice nuova, una nuova collana, iniziare a tradurre… La scrittura e il lavoro d’autore sono le cose per me più coinvolgenti e più belle: tutto assume un’altra dimensione. Inoltre a me piace cambiare. La cosa bella è che tutti i lavori a un certo punto hanno una fine, e quindi poi si cambia e si passa a qualcosa di nuovo.

Ma editor si nasce o si diventa?

Come avviene in tutti i lavori, anche fare l’editor è qualcosa che si impara. Ogni redattore poi ha caratteristiche sue proprie, ha una sua cifra stilistica, come d’altra parte gli autori. Il salto da fare è passare da essere grandi lettori, a persone che invece immaginano quei prodotti di cui poi sono primariamente fruitori.

Sei autore sia di libri sia di documentari: quali differenze ci sono nella scrittura di questi due prodotti editoriali?

Dal punto di vista della scrittura ci sono tantissime differenze. Prima di tutto nel fattore tempo: il libro è un discorso che si svolge in un tempo di lettura molto più lungo, e che ha un grado di profondità molto importante. Inoltre, c’è anche una difficoltà da tener presente: quella di mantenere l’attenzione del lettore lungo tutto il discorso che si svolge nel libro. E come mezzo, abbiamo a disposizione soltanto la parola scritta.

E nel documentario?

Nel documentario si è invece aiutati, innanzitutto perché, da un punto di vista temporale e di conseguenza scrittorio, è più breve: per un’ora di documentario si scrivono solo tra le 10 e le 15 cartelle. E inoltre si utilizzano immagini e audio, magari anche filmati d’epoca (nei casi dei documentari storici, ai quali ho lavorato). Sono elementi che rendono tutto molto più dinamico. Ci sono, insomma, più piani che interagiscono tra loro.

Un libro è più impegnativo, insomma?

Certamente assorbe molto di più lavorare a un libro: per quanto riguarda la scrittura, si tratta di un progetto solitamente più lungo, dove si è portati a lavorare in profondità ed è più facile avere occasione di dire qualcosa di più e qualcosa di nuovo. Nel documentario, è tutto più breve e non si raggiunge quasi mai lo stesso grado di profondità. E tuttavia la tua scrittura, quando si combina con immagini e suoni, garantisce un risultato che può essere davvero appagante.

Da dove è nata l’idea di creare un tuo sito internet, e quali obiettivi ti prefiggi di raggiungere con esso?

Ho un sito che in realtà aggiorno molto poco e che di solito uso soprattutto come promemoria: per esempio, vi inserisco le cose che riguardano i miei lavori: presentazioni, rassegne stampa e così via. Uso poco i social network (niente Facebook o Instagram, Twitter solo raramente), che sono i tipici strumenti con cui di solito ci si fa “pubblicità”, quindi il sito rimane come mia unica vetrina. Ho deciso di crearlo affinché le persone che cercano informazioni sul mio lavoro, possano trovarle lì e possano inoltre trovarle attendibili e soprattutto aggiornate.

Per concludere, che consigli daresti a uno studente che ha appena terminato il master?

Innanzitutto di sapere che il master dà le competenze per iniziare, le basi, ma sta poi a noi diversificare e informarci. Bisogna essere molto curiosi e dinamici, per trovare ma anche per creare possibilità nuove. Mai fermarsi e mai farsi spaventare: il fatto di dover continuare a costruirsi una professionalità può portare a dover svolgere lavori che non abbiamo mai fatto prima, e per i quali magari non ci sentiamo adeguati. E, in fondo, se qualcuno, che è più esperto di noi, ci assegna un lavoro, vuol dire che pensa che noi possiamo farlo. In una parola: coraggio!

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