Appassionare i lettori col Medioevo, la storia che si legge e conquista

Da ragazzino voleva diventare autore di romanzi horror, oggi scrive thriller storici grazie allo studio della filologia romanza, del Medioevo e alle campagne archeologiche a cui unisce la leggerezza di lezione calviniana. Marcello Simoni ha un passato da archeologo, bibliotecario e storico a cui ha unito la passione per il romanzo e l’accuratezza e precisione della narrazione, riuscendo ad appassionare i lettori, anche giovanissimi, con un genere narrativo che spesso considerano noioso. “Il romanzo storico, e nel mio caso il thriller storico, deve essere verosimile, la scrittura leggera, altrimenti il lettore ti abbandona”, sostiene Simoni nel corso dell’intervista realizzata al Salone del Libro di Torino in occasione dell’evento di Editoria in progress, organizzato dal nostro master, “Narrare la storia. Carta stampata-schermo, andata e ritorno”.

Ma allora come proporre la storia oggi, soprattutto ai più giovani?

La storia è molto importante anche per chi un domani non dovrà farne un mestiere. Senza lo studio della storia saremmo rimasti indifferenti di fronte a Notre-Dame che bruciava, non avremmo capito che a bruciare era non tanto un simbolo del cristianesimo, ma un simbolo della cultura medievale ed europea, nonché un simbolo letterario. Dal punto di vista della narrazione romanzesca, invece, la storia deve essere verosimile, palpabile, il lettore deve sentirsi avvolto dalla storia, deve percepire la parlata della gente del tempo, il modo di comportarsi, il modo di pensare. Deve entrare in empatia con il protagonista.

Crede abbia più impatto la carta stampata o lo schermo?

Servono entrambi, naturalmente lo schermo ha un impatto più divulgativo. Io quando scrivo un romanzo devo essere preciso ma devo anche instaurare un rapporto di feeling con il lettore, farlo divertire all’interno della dimensione storica; la stessa cosa deve fare una persona che monta una serie tv storica, deve presentare personaggi magnetici, affascinanti, scene di battaglia che abbiano un respiro da colossal, senza sacrificare l’aderenza alla realtà dell’epoca. Anche la saggistica ha un certo impatto sui lettori, certa saggistica è divertente da leggere, per esempio Chiara Frugoni che ha scritto Il Medioevo sul naso.

Come vede il rapporto tra un romanzo e la sua trasposizione su schermo? Penso alla recente messa in onda della serie Il nome della rosa.

Preferisco di certo la versione filmica rispetto alla serie tv, nonostante il grande sforzo di John Turturro che si è confrontato con un colosso come Sean Connery. Tuttavia il romanzo resta più profondo, consente di intercalarsi meglio nei protagonisti, conoscere i loro sentimenti e i loro pensieri. Ci sono poi altri film storici molto belli, come Il gladiatore, Robin Hood di Reynolds e serie storiche ben costruite tipo Vikings e I Tudors. Se si lavora bene anche serie tv e film possono forse raggiungere la profondità di un romanzo.

E che ne pensa della figura di Bernardo Gui, emblema dell’Inquisizione medievale e personaggio totalmente antitetico rispetto all’ inquisitore Girolamo Svampa, protagonista del suo ultimo libro. In cosa sono differenti?

Ci sono varie sfasature. Innanzitutto la sfasatura tra il Bernardo Gui storico e quello della serie tv Il nome della rosa. Qui viene descritto come un pazzo, in realtà era un arrivista, un dotto, uno studioso, che per farsi spazio nell’entourage di Avignone ha svolto anche l’incarico di Inquisitore generale. È di fatto un frate domenicano medievale che vive secondo le leggi dell’obbedienza e secondo le consuetudini del suo ordine. Invece Girolamo Svampa ha una sorta di sentimento di ribellione che lo porta a disobbedire a quello che gli viene detto di fare, ed ecco perché romanzo dopo romanzo ho cercato di descriverlo come un uomo più che un frate, che è diventato inquisitore per necessità. Nell’Inquisizione lui vede un’arma per vendicarsi, si crea perciò una spaccatura fra la dimensione domenicana e umana di Svampa. Margherita Basile, infatti, non lo chiama mai Padre ma Girolamo.

Passiamo al suo mestiere di scrittore, com’è stato il percorso dall’esordio con Il mercante di libri maledetti sino a oggi?

Duranti gli anni universitari mi sono appassionato al Medioevo studiando la filologia romanza, poi l’archeologia mi ha permesso di stabilire un contatto con la cultura materiale che studiavo. Sono diventato bibliotecario, ho scritto molta saggistica medievale, legata alla geografia, alla fede, ai santi e ai pellegrinaggi. Il sogno di scrivere romanzi restava. A un certo punto in biblioteca mi sentivo una sorta di macchina sportiva che andava a venti all’ora, volevo fare di più, perciò ho ripreso la mia passione per la narrativa di genere fondendola alla passione per la storia.

Quanto è cambiata la sua narrazione?

La mia scrittura è evoluta più che cambiata, avevo un’impostazione molto rigida, che in questi anni ho cercato di affinare sempre di più. La prima cosa che penso ogni volta che scrivo un romanzo è che sto scrivendo fiction non saggistica. Perciò la scrittura deve essere leggera, intesa non come banale ma come precisa.

Ci sono dei modelli e luoghi a cui si ispira?

Assolutamente sì. I miei amori letterari sono Scott, Salgari, Eco. Per quanto riguarda i luoghi penso soprattutto ai luoghi ombrosi delle cattedrali che mi ricordano un po’ gli ambienti cultuali dell’età della pietra e le selve.

Come costruisce la narrazione?

Dedico almeno un mese alla preparazione dei materiali e alla ricerca delle fonti, perché tutto quello che descrivo deve essere verosimile e spesso interrompo la scrittura per fare ricerche più accurate. A volte devo documentarmi in maniera maniacale, perché mi trovo a dover descrivere monasteri e luoghi che non esistono più e anche personaggi non storici devono essere costruiti rispettando la realtà storica. Molti dicono che ho una scrittura visiva, infatti quando scrivo mi trovo col computer non più nel mio studio, ma in una strada dove passano i carri, dove si sentono suonare i campanili: non sto scrivendo un romanzo, sono dentro il romanzo.

Scrive ciò che vede in qualche modo.

È come se stessi scrivendo il soggetto di un film. Io inizio a scrivere un romanzo quando ho ben presente la scena iniziale anche se il resto della trama è ancora provvisorio. La scena iniziale è molto importante perché determina se verrai o non verrai letto, se inizi male un romanzo il lettore ti abbandonerà subito.

Qual è il personaggio a cui è più legato o col quale si identifica di più?

Mi divido tra Girolamo Svampa con il quale condivido il carattere burbero e il ladro Tigrinus, protagonista della Secretum Saga, che è un proto-anarchico, che vive secondo le sue regole e non secondo quelle imposte dagli altri.

Veniamo a La prigione della monaca senza volto, pubblicato quest’anno con Einaudi. Come è nato? Come ha dosato fatti storici e invenzione romanzesca?

Avevo la necessità di mettere a nudo la personalità dell’inquisitore Svampa, l’unico modo era coinvolgerlo in un’indagine che lo spingesse verso la verità e la ricerca di sé stesso. Volevo intercalare Svampa in una città ombrosa, affascinante ma decadente e Milano mi sembrava la più adatta, ma soprattutto ho colto l’opportunità di metterlo a confronto con due personaggi storici: il cardinal Borromeo e la Monaca di Monza, vere e proprie chiavi di volta attraverso cui comprendere meglio il mio personaggio.

Quanto la sua Monaca è diversa da quella manzoniana?

È molto diversa. La mia conserva il suo vero nome, viene collocata nella sua reale dimensione cronologica. La differenza più grande sta nel fatto che la monaca di Manzoni è la donna d’intrigo che deve ancora essere punita, è la monaca bella col ciuffo ribelle, con occhi che affascinano e spaventano; la mia è la donna che è stata già murata viva, impazzita d’amore e per l’umiliazione a cui viene sottoposta.

Ora quali progetti ha in cantiere? Ci sarà un seguito dell’ultimo romanzo?

Lo Svampa tornerà. In cantiere intanto ho diversi progetti: a fine giugno uscirà il terzo romanzo sul ladro Tigrinus che ci porterà a Firenze e Ravenna nel Quattrocento. Poi scriverò un giallo storico per Mondadori e un breve saggio sulle figure cavalleresche legate a Orlando e Carlo Magno per Add, una piccola casa editrice torinese. E poi tornerò con Einaudi il prossimo anno con una sorpresa molto particolare di cui non posso dire nulla.

Cosa può consigliare agli scrittori in erba?

Di essere davvero convinti che amano scrivere, perché la scrittura è un mestiere molto difficile, non sempre gratificante. Se scrivere fa loro bene, se li fa sentire migliori e se vogliono rischiare, che continuino. Chi pensa di far successo col primo romanzo ha sbagliato strada. L’Italia è un paese dove c’è più gente che scrive rispetto a gente che legge, eppure non si può imparare a scrivere senza leggere. Il corso di scrittura più efficace è dedicarsi alla lettura.

Leggi anche la recensione del libro La prigione della monaca senza volto di Marcello Simoni

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